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15/11/2006

Commenti

palmasco

Mi state dicendo:
ogni passaggio successivo modifica il testo, il quale a sua volta, come lo trattiamo qui, modifica l'esperienza.
Avevo una certa idea di quello che ho fatto, o che mi è capitato, scrivendone io cambio un po', perché attraverso il testo mi metto in relazione con la mia esperienza.
Il passaggio successivo, la trasformazione vocale o fotografica del testo per esempio, mi rende consapevole dell'esperienza di scrivere: io comprendo meglio cosa volevo dire, quindi comprendo una dimensione nuova dell'idea originale, attraverso la quale una specifica esperienza si propone alla mia attenzione.
Succede lo stesso, a sentire gli scrittori, quando si riscrive.

Riscrivere, leggere registrando la sessione, mettere in scena. In altre parole lo strumento usato non conta, ma la capacità del testo di porsi come esperienza culturale, quindi relativa.
Relativa in quanto opposta ad assoluta, che è della natura.
Tant'è vero che per troppa esposizione, come ci ricorda f_e_d, si rischia di oscurare invece di chiarire - ed esposizione qui ci stordisce per la sua semantica fotografica.
Esporre una fotografia significa trovarle la giusta luce.

Come dire, per concludere, che secondo me ogni successiva trasformazione è certamente lecita, ma non tutte servono lo scopo: in fondo è sempre muovendoci in relazione all' equilibrio magico tra esperienza e idea che il lavoro del testo e del paratesto ci colma.
Colmare qui per me significa propriamente compiere: per questo ho parlato di scopo. In opposizione a fare le cose senza scopo, per quanto sia lecito e divertente a volte, ma incapace di compiere.

Che a volte mi colma. Perfino di felicità. Sicuramente mi mette in relazione, attraverso l'esperienza culturale, con la mia natura.

llu

chissà che cazzo vuoi dire quando dici gli scrittori. io non lascio di meravigliarmi della felicità con che tu ti relazioni con te e le tue produzioni.
non metterti a tuonare impazzito.
me ne vado io che il male umore è mio. Metti se vuoi che Italia mi dillude. Di italiano in italiano e come paese ironico generale

palmasco

???
:-)

Mi sembrava che il riferimento agli scrittori fosse tranquillo e pacifico: Flaubert ha scritto a lungo di quanto sia difficile riscrivere, e così Carver, Hemingway, Brodsky, Calvino e tanti altri. Insomma, con tutta evidenza, gli scrittori.

Sul resto sono d'accordo con te, gli italiani deludono anche me, ma chissà di chi cazzo parliamo, quando diciamo gli italiani...
:-)

untitled io

mi piacerebbe invece sapere, a me, dove sta il nodulo infiammato di certe questioni. Parlare del fare? parlare dello scrivere? parlare dello scrivere del fare QUI?
Qui nessuno tratta della sostanza condivisa. Qual è la sostanza condivisa? e perché, dev'essere proprio condivisa?
Sto tornando all'oggetto del post - del post scritto e del post detto, dico. Quell'offerta di appartenenza. Qui tutti affollati a dire io, io APPARTENGO (oppure io, io NON VOGLIO APPARTENERE). Non c'è uno straccio di prova che siamo tutti appartenenti, o che nessuno appartenga, eppure in qualche modo rivendichiamo. Portando alla luce sostanze diverse, a sostegno della tesi, ciascuno della sua.
E' molto interessante, ma anche sottilmente inquietante: potrebbe essere la soluzione, invece va a finire sempre che è il problema.
Sono stata oscura abbastanza? Bene :)

palmasco

Parli ancora, come secondo me stai facendo da qualche settimana anche sul tuo blog, di abitare la rete.
Una parola molto suggestiva, anche se probabilmente hanno ragione quelli che la definiscono impropria. Però funziona.

Abitare. Come si fa a dare corpo a quest'idea?
La mia risposta personale, è che sicuramente in rete esiste qualcuno che è stato invogliato a tornare a connettersi da una mia frase, o emozione, o fotografia. Qualche dettaglio di quello che metto in rete, l'ha resa per qualcuno un posto da visitare ancora, ha creato un legame.
Non dico che ci siano persone che stanno in rete per me, dico che qualcosa di mio contribuisce a rendere la loro esperienza qui un valore.
A me succede lo stesso, con tante delle persone che leggo, per questo sono così sicuro che sia un'esperienza condivisa.
C'è stata una dolcezza almeno una volta, una facilità, alla quale si torna. Spesso per ritrovarla.

Per il tornare di molti, nella rete e intorno alla rete s'è sviluppato un mercato, un'attività che fa circolare anche moltissimi soldi. La nota frase i mercati sono conversazioni non potrebbe essere più letterale. Tutto si sviluppa attorno al nostro tornare qui. E' una disponibilità a parlare, sulla quale si costruiscono relazioni, s'intrecciano interessi, si stabilizzano presenze. Si è generato un nuovo canale di scambio.
Più che abitare si partecipa, ma ogni partecipazione è un valore per qualcun altro, che in quel valore trova il motivo per partecipare a sua volta eccetera.

Eppure è evidente, a me sicuramente, che la rete tutt'intera è una dimensione che mi trascende. Io non la posso nemmeno pensare. Ne percepisco infatti una nicchia.
E' buffo e per me anche abbastanza ironico, che la nicchia di blog alla quale appartengo, perché le persone percepiscono quello che scrivo come simile a quello che scrivono altri, a me non dia alcun sentimento d'appartenenza. Non mi sento affatto simile ai miei compagni di nicchia, e la maggior parte di loro non mi piacciono nemmeno. Come se non bastasse, perché un'appartenenza non si basa necessariamente sulle simpatie e le empatie, la mia nicchia non ha sviluppato affatto una qualche forma di comunicazione interna anche elementare, che ci permetta qualche forma riconosciuta di consapevolezza.
Eppure mi rendo conto perfettamente da solo, che se non esistesse quell'idea di nicchia, nessuno leggerebbe il mio blog, lo troverebbero incomprensibile, non interessante.
Cioé non saprebbero nemmeno di che scrivo e perché...

Senza preoccuparmi qui di definirla meglio, che tanto non importa affatto, la mia nicchia è un contenuto. Che mi contiene.
Credo che si veda bene che usando la parola contenuto in questo senso, che è un senso spaziale, la rete diventa un posto abitato.

Ci sono posti della rete che leggo, molto ma molto lontani dalla mia nicchia, dai quali prendo la voglia di tornare. Quella che porta me ad essere parte di una conversazione: quando scrivo per il blog, penso sempre che se il mio lavoro riuscisse a motivare un lettore della mia nicchia e di quella, lui potrebbe a sua volta legarmi a quella conversazione, generando un flusso nuovo, una nuova categoria, una nicchia nuova, capace di dare ad altre persone la voglia di tornare in rete, quindi l'energia per sostenere nuovi legami e nuovi argomenti.

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