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14/03/2006

Commenti

zwie

Il lato aperto di quanto abbiamo scritto ci permette di appropriacene. Un'immagine finita e compresa non ha lati aperti, per questo ci diletta e ci illude; ha l'aria di potersi imporre a noi come un fatto: e perciò non ce ne approprieremmo mai.
Leggendo qualche altra pagina, invece, per quanto conclusa ci appaia, riusciamo a immaginarne un lato aperto, magari nascosto ai molti. Lì infiliamo la mano, e così continuiamo a leggere o a scrivere.

palmasco

Mi sembra interessante, ma mi piacerebbe capire meglio, ho bisogno di chiederti maggiore precisione.
Per esempio:
- all'inizio sembra che parli di un simbolo, cos'altro è infatti un'immagine non perfettamente finita, non perfettamente compresa, aperta da un lato, se non un ponte tra il noto e l'ignoto?
E' quello che volevi dire?
- un'immagine finita e compresa sembra imporsi come un fatto, dici, quindi è impossibile appropriarsene. Mi piacerebbe capire meglio, non so se sono veramente d'accordo. Dico perché: mi pare che la finitezza e la comprensione di cui parli siano più che altro difetti, ovvero immagini non sviluppate a dovere - ma in questo caso sarebbero "morte" per incapacità di chi le traccia, non certo per una caratterestica implicita nell'immagine.
In altre parole mi pare che ci siano immagini complete e chiuse che conservano la capacità simbolica di fare da ponte verso una realtà sconosciuta, ovvero, in parole tue, che hanno un lato aperto nonostante siano complete e formulate correttamente ed esaustivamente.
Cosa mi puoi dire?
- in altre pagine, dici, il lato aperto viene immaginato, oppure è possibile immaginarlo anche se l'immagine è perfetta, ma non mi è chiaro se per te quell'immaginazione è un carattere personale, psicologico, oppure una risorsa artistica, quindi un fatto del processo creativo, oppure un'esperienza di libera associazione, in altre parole mi sembra che nel tuo modo di mettere le cose il fatto soggettivo abbia troppa importanza, qualità che in questo caso non mi sembra soddisfacente, anche perché invece io tendo a pensare che il il lato aperto andrebbe scovato e mostrato e non soltanto immaginato - anche se ovviamente immaginarlo è il primo stadio del processo, ma il primo soltanto, non quindi quello che avrei scelto per parlarne, non il più significativo.

In questo specifico caso, tra l'altro, non sono sicuro che il mio frammento sia un'immagine, anzi credo che la sua opacità sia dovuta proprio al fatto che le immagini principali che compongono la narrazione - il breve ritratto iniziale del protagonista; il rallentamento della narrazione fino alla sensazione di strofinamento fisico sulla pompa; il breve ritratto della ragazza - non formano ancora un'immagine.
C'è quindi un difetto di costruzione, ed è quello che mi attira, è quello di cui parlo quando dico che mi piacerebbe lavorare sul pezzo, ma non riesco ad appropriarmene al punto da riuscirci.
Nota che il frammento non mi sembra più migliorabile, quello che gli manca non sono dettagli interni, sono i riferimenti alle possibili realtà cui allude, e delle quali lo farei parlare se soltanto riuscissi a mettergli sopra le mani...

Grazie davvero per essere intervenuta con tanta incisività, la mia non è affatto una critica, ma un rilancio, spero che sia chiaro.
:-)

capsicum

è vero. vedi che questa cosa è vera. Il lato aperto, si. Anche se non lo so spiegare.
Tutto quello che è vivo ha un lato aperto, dentro di te. E da lì continui a lavorarci perchè ti serve ancora e ti lascia ancora dire, andare avanti. Altrimenti no. Altrimenti devi capire dove si apre questa cosa sul tuo cuore, prima di sentirtela viva dentro, e di continuare a viverla.

zwie

Caro palmasco,

quando parlo del lato aperto dell'immagine (scritto o figura che sia) mi riferisco alla sua apertura verso l'esperienza. Sì, alcune immagini hanno la qualità per fare da "ponte tra il noto e l'ignoto", come tu dici; cioè fare da ponte tra quello di cui ci siamo già appropriati e quello di cui desideriamo appropriarci: l'esperienza, appunto. L'esperienza dei fatti umani, piccoli o grandi che siano; quotidianità o vita-amore-morte; fatti che comunque accadono sempre muti nel cosmo.

Non necessariamente le immagini cui alludo sono simboli. Il simbolo, mi pare, è una categoria speciale di immagini, spesso intrise di una forte ambiguità.

Immaginare il lato aperto, è per me qualcosa che pertiene alla creazione (io preferisco: costruzione) di un oggetto (di nuovo: una figura, uno scritto, eccetera). Costruzione che è condotta da chi-scrive-e-chi-legge, cioè da una sola mente, benché non da un solo soggetto. Dunque appartiene al processo creativo, che è per l'appunto il processo con cui ci apriamo all'esperienza.

Io credo che con le parole l'uomo si faccia un'immagine dei fatti, degli stati di cose (come diceva uno); e che i fatti non stiano nelle parole che usiamo per rappresentarceli. Penso che su questo punto la pensiamo diversamente - ammesso che io abbia compreso bene la direzione della tua recente riflessione sui fatti.

Non so perché tu dica che il tuo scritto non forma ancora un'immagine: per me che leggo, invece, l'immagine c'è, e non è opaca; solo che questa volta è un'immagine chiusa: cerca di imporsi così com'è, non mi mostra lati aperti verso qualcosa che tu o io desideriamo conoscere o rappresentarci (perdona l'inclusione, l'intimità, ma ve' che stiamo parlando di lettura, eh, vedi che non puoi fare a meno di lettori, e non li puoi nemmeno scegliere... :)]

È faticoso esprimersi usando analogie, ma questa materia non ammette altri approcci (o io non li conosco…). Ho detto (imprecisamente) "lato aperto" pensando alle linee spezzate, quelle che impariamo a classificare alle elementari: spezzata aperta, spezzata chiusa. Le spezzate chiuse formano delle figure finite e comprese, qualche volta, come 'poligoni'. Trovarmi davanti a una spezzata aperta, leggendo, mi porta avati avanti fino al momento in cui io potrò chiudere il mio oggetto (a dispetto o in armonia con chi scrive), farmi un'immagine di alcuni fatti umani e con ciò fare esperienza e desiderarne altra.

(Le analogie sono anche, sempre, fuorvianti, per cui ≤i>caveat… e non dimentichiamo ciò di cui stiamo parlando… Però non so se il mio rilancio finisce in campo…)

Un saluto :)

demetrio

mi viene da farti questo esempio prendi l'episodio di Ettore e di suo figlio. La paura del bimbo nel vedere suo padre tutto pronto per andare alla guerra, il gesto delicato del padre di toglersi l'elmo, e rivelarsi al figlio per quello che si è veramente.
Ecco, ora chiediti se Omero, o chi per lui, si è fatto le tue medesime domande: io credo che se Omero si fosse fermato a riflettere sull'atto dello scrivere come hai fatto tu non avremmo avuto il continuo della storia che poi noi conosciamo come Iliade.
Attenzione io non dico che non bisogna chiedersi e domandarsi e interrogarsi su quello che stiamo scrivendo, ma credo che le domande che ti fai tu portino per forza la storia a concludersi.
Perché? Mi chiederai?
Perché si interrompe quel principio di stupore di cui è carica ogni storia, e che il tuo domandarti ha reso vano.

a me dispiace, sinceramente, che tu non abbia finito questa storia e che invece di questa storia, che mi piaceva, che avrei voluto continuare a leggere, mi hai fatto leggere le tue interrogazioni sullo scrivere.

lo so che è una sensazione di fastidio difficilmente esplicabile, ma è come quando a scuola il prof inizia a leggere, che ne so, il canto II del Paradiso, bellissimo e stupendo, e a metà di una di quelle vertiginose similitudini di dante, si mette a spiegarti il come e il perchè... ecco, in quei casi ti verrebbe da prendere il professore per il collo e impiccarlo.

d.

untitled io

D'istinto e d'abitudine (palmasco lo sa bene) aderirei alla sensazione di cui parla demetrio, cioè di disappunto per una così deliberata "interruzione dello stupore" nel corso di una narrazione. E però, ricordo a me stessa, qui non si tratta di un racconto ma della pagina del blog di una persona che scrive. Una pagina del diario di uno scrivente, non quindi solo un "testo", ma del tutto legittimamente anche un metatesto, e forse anche (fra le righe) un pre-testo. E' inutile, siamo ostaggio di alcuni schemi molto rigidi di lettura, non sempre applicabili a ciò che leggiamo qui. Forse c'è da chiedersi, più correttamente: cosa ha da dirmi QUESTO POST? e come si mette, QUESTO POST, in relazione a tutto il resto? a quello che leggo altrove, o a quello che scrivo io, per esempio?
Secondo me, questo post (come tanti altri di palmasco, pubblicati in precedenza) ci chiede: a che punto sono secondo te? cosa rappresento, in questo momento? e dove devo andare, adesso? insomma come sto messo, e come state messi voi?
Il problema che pone questo post (e i tanti altri analoghi, a molti dei quali, in passato, ho reagito con lo stesso fastidio di demetrio) è veramente di risposta. Di qualità della risposta, di TONO, della risposta. Una mia risposta qua sotto, andrà a far parte del post? della narrazione? dell'evoluzione di un rapporto fra scrivente e leggente? fra scrivente e scrivente? fra leggente e leggente?
Non ho risposte. E accidenti neppure uno straccio di tono, al momento. Ma queste sono le perplessità che mi vengono.
Riguardo a post come questi, oggi come oggi, credo che la mia vera reazione sia di tipo interlocutorio: "vediamo dove vuole andare a parare". E non sono sicura di dover fare (o di poter fare) qualcosa di decisivo per condizionare la direzione ultima di quanto leggo - qualunque essa sia.
Personalmente, in questo periodo (come spesso mi succede) mi trovo a scrivere in più modi e in più "luoghi": in alcuni casi scrivo per tutti, in altri per pochi, e in altri ancora solo per me. Voglio capire quanta differenza c'è. Nonché, possibilmente, la qualità di questa differenza.
Non so se ho detto qualcosa di pertinente o di utile. Nell'incertezza, invio.

Effe

ma è l'interruzione di Palmasco, esattamente, il lato aperto (come mi piace quest'immagine, e non comprendo bene l'identità di chi l'ha disegnata).
E' la spezzatura, la faglia, il solco, l'anfratto da cui possiamo entrare.
Quello che più mi vincola (nel senso che crea legami) del blog Palmasco è che non sai mai dove ti trovi.
Un suo racconto è anche una riflessione sullo scrivere è anche un dialogo con il lettore è anche una possibilità di contribuire a formare il testo del post è anche un invito a interpretare un ruolo.
Chi scrive è l'autore del blog Palamsco, ma anche il Personaggio Palmasco, ma anche il Personaggio che non si fa scrivere ma parla all'autore, ma anche il lettore che risponde a Palmasco scambiandolo per l'autore. o viceversa.
Tutto questo cos'è, se non un lato indefinitivamente aperto?
Quanto alla domanda di fondo (cosa ci permette di appropriarci di quello che scriviamo, e come?) io credo che ci si debba invece espropriare della storia. Quando ti fermi a riguardare la storia, allora non ci sei più dentro, non sei all'interno della storia. E' un fatto che occorre accettare. In questo modo, creando una distanza, si forma anche una prospettiva, si scorgono vie di fuga, e ci sono angoli da cui arriveranno altre immagini, altre inquadrature.
Non puoi continuare la storia, se non abbandoni prima l'imagine che hai concluso.
La scrittura è un rilasciare, un perdere, un dimenticare.

palmasco

1. Tracce di un discorso in sospensione.

Prendo tutte le vostre riflessioni in senso molto concreto; sono io, piuttosto, che al mio turno ho una tendenza all'astrazione, dalla quale mi vorrei difendere, se possibile.
Quando Zwie mi dice che per lei il lato aperto di un'immagine ha senso e si coglie nel processo creativo, o costruttivo, mi trovo su terreno solido e direi incoraggiato nella difesa dalle mie tendenze.
Tengo molto a sottolineare un fatto decisamente interessante: per Zwie il lato può essere rappresentato geometricamente da una linea spezzata, aperta verso l'esperienza; per Capsicum il lato è aperto verso l'interno, il "dentro di te".
Tutt'e due vedete lo stesso movimento, da e verso l'immagine, anche se in relazione a destinazioni diverse, opposte e complementari, introversa una, estroversa l'altra.
Direi che per tutti quelli che sono intervenuti, il lato aperto di un'immagine è una qualità, è il segno di vivacità della stessa, la sua capacità di parlare a chi la incontra, che sia il creatore o il lettore.

Zwie secondo me ha pienamente ragione quando mi risponde che, ai fini di questa conversazione, non è necessario introdurre quel tipo speciale d'immagine che è il simbolo. Ho bisogno però di segnare qualche confine e di attirare la vostra attenzione sulla differenza tra la "scena" e "l'immagine": secondo me nel frammento qui sopra ci sono delle scene, (il ritratto di Blasco in pochi tratti veloci; il rallentamento narrativo dalle cadenze ritmiche della famosa cantilena Alla Fiera del Re fino alla singola sensazione di Blasco; il ritratto della ragazza), ma non immagini, né, tanto meno, un'immagine.
La differenza sta nel fatto che l'unico obbligo della "scena" è la coerenza interna, narrativa, mentre l'immagine dev'essere pertinente oltre che coerente, e cioè essere immagine di qualcosa, noto o ignoto che sia.
Qui le scene sono magari interessanti, e forse perfino piacevoli da leggere, come ha detto qualcuno, ma non si sa bene cosa rappresentino - e, almeno per me, non rappresentano nulla, anche se per Zwie non è così.
Diciamo quantomeno, per cercare un punto d'equilibrio complessivo, che la narrazione che ne risulta è largamente incompleta, come hanno rilevato molti altri commenti.

Non credo affatto che la differenza tra scena ed immagine sia soltanto accademica, o la questione soltanto teorica: infatti, come hanno rilevato tutti, e sicuramente Capsicum con più forza di tutti, l'immagine ti muove, ti agisce, la scena non necessariamente.
La differenza tra l'una e l'altra, tra l'altro è il vero oggetto del mio post, secondo me, il suo vero tema - tanto per rispondere alle varie ipotesi che sono state fatte, ma di questo credo che parlerò in un altro commento, ora non mi voglio disperdere.

palmasco

2. Io, per una volta.

Per aiutarmi a restare concreto, ricordo che il post presenta prima un frammento narrativo, poi lascia spazio all'autore che dice: mioddio! 'sta cosa mi piace tanto, ma non so continuarla...
Un dramma emotivo, dato dalla tensione tra l'oggetto e il suo creatore.

Aggiungo che per me è un vero dramma, perché il frammento contiene vari elementi che mi sono molto familiari da un punto di vista narrativo, come credo sia facile riconoscere a tutti quelli che mi leggono da un po', tipo i vasti spazi deserti o semideserti in cui affoga il protagonista, rappresentati questa volta dal piazzale del benzinaio, che per me sono non soltanto un mio tipico materiale narrativo, ma sono anche, ovviamente, immagine di una mia certa esperienza del mondo, forse un'esperienza importante, visto che non faccio che parlarne, visto che mi piace metterla al centro del mio lavoro costruttivo, o che comunque, in qualche modo, mi ritrovo costantemente a farlo.
Il dramma interiore è che se allora non mi riesce di trarne soddisfazione, e soprattutto intuizione lavorandoci sopra, come farò mai a connettere quella mia precisa esperienza con le immagini che, almeno da un punto di vista emotivo, me ne parlano?
Connetterle è necessario per saperne, saperne è il solo modo d'evitare quelle lucidità ininfluenti che ti fanno parlare come se avessi sulle spalle una scimmia che sa già tutto prima ancora di cominciare, distogliendoti dalla possibilità di avere un vero sentimento per l'unicità di quello che di volta in volta stai per fare, qualsiasi cosa sia.

Si tratta dell'esperienza, gli spazi vasti sono lì a suggerirlo, di una sensazione di profonda distanza, il cui effetto principale si manifesta e si coglie soprattutto negli scambi, nei dialoghi: ci sono scambi e dialoghi, domande e risposte, ma tra l'andata e il ritorno i tempi d'attesa sono enormemente dilatati, a causa sia di una vastità ben rappresentata dagli spazi, che della loro natura desertica, che rende il movimento più complicato; attese che da un punto di vista psicologico potrebbero realizzare qualsiasi distorsione percettiva: il protagonista non sa mai se quello che ascolta è una vibrazione reale o la proiezione nello spazio di un suo desiderio di ascoltarla, non sa mai se ha davvero ascoltato le parole che ascolta, o se avrebbe voluto farlo, non sa mai se le cose succedono, se un incidente è incisivo o un'azione l'effetto di un'accidente.
Non sa, ma ricorda e prevede, ed è contenitore di gerarchie sentimentali involontarie.
E' per questo che quando m'accorgo che un paio di giorni dopo, sto ancora pensando a un fatto del tutto irrilevante come la benzina che ho messo nella mia macchina in autostrada un paio di giorni prima, capisco che c'è la possibilità di stabilire qualche comunicazione, e mi sento tutto eccitato dalla possibilità d'intuire ancora qualcosa di quella mia esperienza, di cui nessuno mi parla, o perlomeno non nei termini che m'interessano e mi corrispondono, scrivendone in modo immaginativo e mischiando nell'impasto tanti altri materiali che si sono depositati nel frattempo.

palmasco

3. Conclusione

E' questa una finestra, un lato aperto?
Se lo fosse, e credo che potrebbe esserlo, dobbiamo ammettere che possono esistere comunicazioni che ci riguardano, comunicazioni da e verso l'immagine, a partire dall'esperienza o a partire dal dentro di te, che possono avvenire anche in assenza, totale o parziale, di quel mucchietto instabile di realizzazioni emotive e cognitive che chiamiamo "Io".
L'io che racconta, che scrive, compirebbe quindi un'azione del tutto arbitraria e gratuita, forse prepotente.

Prepotente in effetti. A meno che non ci rappresentiamo il suo intervento come quello di un'antenna che capti le onde, piuttosto che come quello di un fornaio che metta le mani in pasta, possibilità verso la quale sarei molto propenso.
Però capisci che se ti affidi a un modello del genere, devi ammettere anche la possibilità che le onde viaggino in pacchetti, in quanti, alcuni dei quali possono interrompersi anche quando sembrano avere raggiunto la forma di un messaggio ormai completo e ben rifinito.
Non ti resta che piangere, e provare a raccontarlo.

In definitiva io non credo che l'Io possa disegnare figure che abbiano un lato aperto, non lo credo affatto possibile, ma sono totalmente dalla sua parte, empatico e comprensivo e pronto al supporto verso il suo dolore e la sua frustrazione, ogni volta che m'accorgo che le circostanze sono adatte a che ne subisca.
Credo che per le buone immagini ci voglia qualcosa di più, o di meno, insomma qualcosa di diverso dall'Io, anche se questo non significa che l'Io sia necessariamente escluso, in tutto o in parte - la sua è forse una lucidità ininfluente.

Credo che per appropriarci del nostro materiale abbiamo bisogno di due operazione distinte, operate dal sentimento e non soltanto dalla ragione: la prima è la capacità di separare l'Io dalle immagini di cui è testimone; la seconda la capacità di orientarlo verso la direzione nella quale crediamo sia la loro fonte.

Non è possibile, mi dico, che questo processo del quale cerco faticosamente di rendere conto per analogie, l'unico modo in cui si può farlo, secondo Zwie ed io sono d'accordo, non appartenga a o non sia riconoscibile da qualcun altro, in una comunità così ricca di scrittori, o di gente che fa esperienza di scrittura, com'è l'angolo di blogsfera in cui sta il mio blog.
Così ne ho scritto e ora vedremo.

n.b. L'onnipotenza attribuita a Palmasco in alcuni commenti, d'essere capace di fermare nel bel mezzo del climax una narrazione promettente, con la sola forza della volontà di fermarla, mi diverte nonostante ovviamente mi dispiacciano le conseguenze riferite.
Parlo di Palmasco in terza persona perchè io non mi riconosco affatto nella figura che ne è stata tratteggiata.

Io, per quanto mi riguarda, ho creduto di raccontare lo sforzo di proseguire la narrazione, al momento vano.
Usando la forma drammatica, ovvero d'azione.

Spero che la discussione continui, mi sembra che di materiale ce ne sia tanto, ringrazio davvero tantoquelli che sono intervenuti finora

I commenti per questa nota sono chiusi.

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