« milano 2005 | Principale | scorribande »

21/03/2005

Commenti

vis

Il lutto, nella vita di un essere umano, dovrebbe avere un inizio e una fine, purtroppo in certe condizioni i confini si appannano e si sovrappongono fino a splamare nell'esistenza di chi resta, un sottofondo di amarezza e di dolore che non trova più una fine.

palmasco

Vero.
Tra l'altro ho fatto un salto e ho visto che purtroppo la questione ti tocca personalmente, se non sbaglio - che è proprio quello che volevo dire.
ciao.

vis

Si purtroppo mi riguarda da vicino anche se alla fine ci si abitua a vivere anche con le parentesi aperte.
Mi chiedo però se questa sorte toccasse un figlio anzichè ad un padre quale sarebbe l'effettivo peso di questa parentesi in cui, qualsiasi genitore finirebbe per rimanerci incastrato dentro.

palmasco

Bé... al tuo posto non me lo chiederei.
Sono ipotesi crudeli, nessuno può dare una risposta seria, nessuno può capire astrattamente una situazione del genere, dunque non servono a ragionare e credo neanche a discutere: sono soltanto piccole crudeltà inutili.

Secondo me possiamo ragionare, invece, su alcune idee che ci servono a partecipare alla discussione generale, anche se per fortuna non siamo toccati direttamente.
Provare a definire l'emergenza: è evidente che le possibilità attuali di rianimazione devono essere usate a fondo per superare l'emergenza. Però: quando finisce l'emergenza e comincia la speranza? E' una questione di tempo trascorso, o di parametri fisiologici, e quali?
Io dico che l'emergenza deve essere finita e definita, e che al suo termine si dovrebbero potere prendere decisioni in entrambi i sensi.

Provare a ragionare sul serio sulla speranza.
In questi casi è veramente un valore soltanto positivo, da incoraggiare e sostenere, come sembra che lo stiamo trattiamo adesso (in termini di collettività)?
Di nuovo abbiamo bisogno di definire una valutazione concreta della speranza, secondo me, in termini di tempo o di parametri fisiologici, e quali?
Con questo non voglio dire che la speranza vada interrotta, dove resiste, ma vorrei che si parlasse anche del suo significato oscuro e devastante, oltre che di quello ottimista e angelico, proprio per non ritrovarci con un fanatismo della speranza che ostacola l'accettazione di situazioni potenzialmente molto dannose come quella di Terry.

giovanna

Custode legale di quel corpo?
La questione, alla fine, è quella.

Effe

sapere dove è lei, adesso, in questo momento.
Non il corpo; sapere dove è lei.

palmasco

Giovanna, penso che quel punto interrogativo ("Custode legale di quel corpo?") significhi una costernata protesta per l'uso di certi termini che nel contesto suonano stonati, oppure significhi un certo sentimento d'assurdo, da cui veniamo presi a ragionare in questi termini delle sorti di una persona.

Per quanto possa comprendere entrambi i sentimenti, bisogna però mettere sull'altro piatto della bilancia che la sorte della persona così sarebbe affidata alla collettività, un soggetto (la collettività) non veramente affidabile, temibile soprattutto per la sua totale e naturale indifferenza verso, appunto, i singoli.
In questo senso abbiamo bisogno di un interlocutore per la collettività, che possa dialogare e sollecitarla, e, nel caso, opporsi, e tale interlocutore è bene che sia il custode legale del corpo in stato vegetativo.

La collettività, ad esempio, - come apprendo oggi dall'interessante articolo di Veronesi sulla Repubblica, proprio su questo tema - esprime un parere medico attraverso un'apposita commissione medica, che definisce il livello di deficit delle funzioni del malato: in caso di deficit delle funzioni cerebrali superiori, perché per convenzione scientifica quella è la morte del soggetto, certificato dal parere medico, qualcuno, cioè il custode legale, può avviare o meno certe decisioni, ad esempio donare gli organi o sospendere il trattamento che assicura le funzioni di base, idratazione e nutrizione.

Personalmente mi sento rassicurato che non sia la collettività da sola a prendere queste decisioni, ma che venga messa in grado di dialogare con un singolo responsabile.
Per un contratto sottoscritto universalmente in tutte le comunità, il marito lo è - e ancora di più, aggiungerei, in questo caso in cui, dopo quindici anni, davvero di sospetto non c'è nulla, se non la necessità, molto comprensibile secondo me, di avviare finalmente un lutto.

palmasco

Effe, abbiamo commentato in contemporanea, quindi non avevo letto il tuo prima di rispondere a Giovanna.
Visto che giustamente metti in forte evidenza il "lei" di questo esserci, cioè il soggetto, secondo me bisogna accettare che allo stato attuale delle nostre competenze e conoscenze, delle nostre migliori competenze e conoscenze, lei non c'è più.
Mi potresti obiettare che questo è soltanto un parere scientifico, e io ti direi che allo stato attuale un parere scientifico è di gran lunga la più condivisa e la più controllata delle conoscenze che abbiamo - affermazione che secondo me resta vera anche se consideriamo, come per esempio penso io, che tra cinquemila anni rideranno del livello decisamente ottuso della nostra medicina odierna, ma questa è un'altra questione.


"Lei" quindi esiste già soltanto negli affetti che la ricordano, come esisterebbe lo stesso se fosse sepolta o se i suoi organi sani fossero trapiantati in altre vite.
Per le resurrezioni secondo me ci basta già credere collettivamente che esistano, come ci apprestiamo appunto a festeggiare in questa settimana, indipendentemente dai sentimenti individuali.

demetrio

lo so che centra poco, ma la disavventura di questa povera donna mi hanno richiamato alla memoria tutto il dibattito sui referendum.

Il nodo che lega, per me, queste due realtà è quello della responsabilità.
Nel senso, il discorso sull'embrione è sempre visto come un discorso strettamente filosofico (ed è forse giusto che lo sia), pensando che sia centrale definire "la cosa in sé" ovvero l'embrione è una cosa o è una persona?
Anche per quanto riguarda Terry, so di essere brutale, mi sembra che il dibattito si riduca: è ancora una persona o è diventata una cosa?
(io personalmente credo che quando qualcuno è ridotto ad essere simile ad un "elettrodomestico", che funziona solo se ha una spina attaccata, è meglio togliere la luce).

Secondo me entrambe queste ipotesi sono errate.
Nel senso: finiscono per portarci in un ginepraio da cui difficilmente ne usicamo.
Diverso è il discorso sulla responsabilità.
Chi ha la responsabilità di quel corpo? Chi ha la repsonsabilità dell'embrione.
Non mi interessa cosa sia, mi interessa comprendere chi può o meno decidere il destino finale di quella persona.

Può avere questa responsabilità il marito?
La famiglia?
Nel caso dell'embrione è logico che lui non può scegliere. Non possiede questa facoltà.
Nemmeno Terry lo può fare,perché lei non ha lasciato nessuna volontà.
Non sappiamo cosa lei voglia.
E non lo sappiamo proprio perché lei non può dire niente, non può pensare niente, non può comunicare alcuna cosa.
E' svuotata dell'unica cosa che veramente distingue noi dagli animali e dalle piante, la possibilità della scelta, la responsabilità della scelta. La fatica di discernere.

Non ci troviamo, quindi, davanti ad un caso di eutanasia, che io vedo come una scelta molto soggettiva. Io decido, nel pieno delle mie facoltà, di morire in modo decente, senza diventare un vegetale o senza pensare sui miei cari; qui siamo nell'imponderabilità di dover interpretare i segni di una "fu" persona, ma che non lo è più.

L'interrogativo è: è possibile chiamare essere umano, qualcuno che non può scegliere? che non può comunicare la sua scelta?

d.

vis

Mi chiedevo di un figlio perché pensavo ai genitori di Terry probabilmente i veri artefici di questo “caso” che altrimenti si sarebbe perso nel mare dei casi simili ma purtroppo sempre unici che il progresso scientifico ci costringe ad affrontare quasi quotidianamente.
La speranza, quando il coinvolgimento emotivo è quello di un genitore nei confronti di un figlio, diventa una sorta di analgesico alla propria sofferenza ma per quanto il cervello sia dotato di innumerevoli ed insondabili capacità è pur sempre un organo la cui menomazione fisica non ha possibilità di ricrescita.
Io credo che per quanto dolorosa sia la fine di una speranza si debba come collettività garantire la dignità della vita e della morte perché se la vita e la morte sono al di sopra delle nostre possibilità umane affidate al Signore, alla natura, al caso o comunque a ciò in cui uno crede, la dignità di questa condizione è un nostro preciso dovere a cui, magari dolorosamente, non possiamo sottrarci.
Non ritengo che la vita sia un valore assoluto da salvaguardare ad ogni costo.

I commenti per questa nota sono chiusi.

New York

Los Angeles

La mia foto
Blog powered by Typepad
Iscritto da 02/2004

shinystat