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22/03/2005

Commenti

nahum

Ho scoperto la letteratura sudafricana quando ero all'Università e leggevo Linea d'ombra. Credo che la grandezza di quegli scrittori sia nel misurarsi con l'idea di confine, che è una costante della letteratura europea. Qui da noi in Europa è il confine tra le lingue, laggiù è quello tra i popoli - o come si diceva: tra razze- e allo stesso tempo la capacità di ri-raccontare i miti, siano quelli cosmogonici (penso a La seconda vita di Adamastor di André Brink) oppure siano l'epopea storica: mi viene in mente Deserto di Coetzee, non trovi che quella donna che rimane sola nella fattoria ipotecata, ad un tempo assassina e vittima di un incesto, sia una raffigurazione del destino degli afrikaas, un popolo nato tra i sopravvissuti d'Europa, fuggiti per le guerre di religione, che hanno tagliato le loro radici europee (e sono uniti dall'averle tagliate) e poi si sono scoperti incapace di tramadare la propria tradizione ? Nemmeno la terra le appartiene. Credo che Coetzee sia il più grande, perché oltre a rielaborare, ri-raccontare i miti, è anche capace di misurarsi con i grandi della letteratura europea, siano De Foe o Dostoevskij.
In Israele, in passato, mi è capitato di conoscere molti sudafricani, ebrei e no, che erano là di passaggio. Provavo a parlare di letteratura, ma mi guardavano in un modo un po' strano, finché uno non mi ha detto "censorship" e ho avuto la sgradevole impressione di essere scambiato per uno sbirro. Adesso di turisti sudafricani non ne arrivano molti, in Israele. Però ce ne è un po', tutti ebrei stavolta, che ci hanno trovato casa. Quasi un secolo fa i loro nonni partirono dalla Lituania, tra loro c'era Joseph Slovotchnick, che sarebbe poi diventato Joe Slovo, il ministro dell'edilizia del governo mandela: un comunista con il progetto di trasformare tutta la popolazione del Sudafrica in un popolo di proprietari di case.

palmasco

Gli afrikaners, i bianchi nati in Africa da genitori ormai insediati, li ho conosciuti in Kenia, mi hanno fatto capire una volta per tutte un punto che altrimenti mi sarebbe sfuggito per sempre, qualcosa che forse da qui non si può veramente comprendere se non li si conosce lì e non ci si parla: che hanno sviluppato un senso d'appartenenza all'Africa come terra d'origine, coi sentimenti connessi, comparabile in tutto a quello che gli europei provano ciascuno per il proprio luogo d'origine.
Naturalmente è facile fare delle ironie su quel sentimento e sulla parola "appartenenza" applicata ai bianchi in Africa, ai quali piuttosto la terra appartiene insieme alla ricchezza.
Non è nemmeno da discutere la mano brutale dei bianchi in Africa e le sue conseguenze, ma questo detto e riconosciuto, non tutti gli afrikaners sono più così, in parte perché vivono di professioni e non più di solo possesso, in parte perché ovviamente molti sono delle persone per bene.
La dominazione quindi rischia di oscurare un senso d'attaccamento difficile da manifestare.

Del resto cosa voglio dire Coetzee lo spiega molto meglio di me nei suoi romanzi, in cui il sentimento di cui parlo è molto evidente - e tra l'altro lo spiega con una straordinaria forza emotiva che vale più di qualsiasi esperienza riportata.
Quindi sono daccordo con te, Nahum, la condizione della protagonista di Deserto è una buona metafora della difficoltà di molti afrikaners di comprendere limpidamente il sentimento della propria appartenenza alla terra in cui sono nati e vivono: l'Africa.
ciao, palmasco

caracaterina

Le tre motivazioni che esponi nel post per sostenere il tuo apprezzamento per gli scrittori sudafricani (conosco solo Coetzee e, di lui, solo "Vergogna" la cui lettura mi è bastata per sentirmi afferrare dalla grandezza) sono, mi sembra, tre declinazioni della stessa relazione io/l'altro o, anche, amico/nemico. Che il termine "hospes" (ospite) abbia la stessa radice di "hostis" (nemico, ostile) la dice lunga sull'ambivalenza di tale relazione e sulla sua conflittualità. La storia del Sudafrica, e,va da sè, quella del Medioriente, a cui fa esplicito riferimento nahum ma che tu sottintendi con lampante evidenza nel post e nel commento, attualmente e al di là di altre guerre meno radicate nella storia delle nostre mentalità, esprime per noi occidentali bianchi il massimo di realizzazione dolorosa e traumatizzante di tale conflitto, in cui siamo direttamente implicati come cultura. Quello che gli occidentali (in senso culturale) bianchi si sentono sempre in dovere di trovare, quando descrivono il proprio senso di appartenenza a mondi extraeuropei, (anche a quello nordamericano, se torna "di moda" ricordare lo sterminio dei nativi) non è una semplice spiegazione, ma una "giustificazione". Quello che credo stia dentro a questo terribile e a volte terrificante disagio è il tema biblico - e non solo - della colpa dei padri. Ah, se i padri non avessero avuto quello strapotere violento che invece hanno dimostrato! Ma il peccato originale li (ci)insegue: i "luoghi selvaggi" sembrano allora "ampiezze pericolose", "minaccia latente", "estranei" (ostili, non ospitali) e non il giardino dell'Eden. Mondi da percorrere con la rabbia di chi non può sentirsi colpevole di averli "invasi" ma deve portarsi addosso ugualmente la colpa delle invasioni operate dai padri. Ecco perchè si cercano giustificazioni, addirittura più per i padri che per sè.

nahum

Da Linea d'ombra (la rivista) ho imparato quanto è provinciale lo sguardo di noi europei, che guardiamo al resto del mondo per decidere chi è il buono (ma buono in tutto, nei fini come nei metodi) e chi sono i cattivi (ma cattivi in tutto, eccetera).
Prendiamo ad esempio, appunto, il Sudafrica. Da qua noi vediamo (vedevamo ?) i bianchi ed i neri - appunto: i cattivi ed i buoni. Laggiù le cose erano molto, molto diverse, il Sudafrica era ed è -come tutta l'Africa- un intrico di clan e di tribù, di appartenenze e di solitudini. Non sto solo pensando agli oppositori bianchi dell'apartheid (in larga parte ebrei ed afrikaners), vado anche più indietro: gli afrikaners, i boeri, erano all'inizio profughi protestanti, cacciati dall'Europa violenta in nome della fede. Il loro amore per la terra corrisponde alla mancanza di altri luoghi in cui andare. Allora chi è il buono e chi è il cattivo ? Chi è il colonizzatore e chi è il colonizzato ? Breyten Breitenbach è un personaggio umanamente odioso (e qui dico come la penso: lui ha fatto la spia: uno dei gruppi di opposizione all'apartheid è finito in galera per le sue delazioni, lui stesso ha sentito la mano della polizia in maniera lieve, mentre altri ci hanno lasciato molto di più. Lui i beni li ha ancora, ma in Sudafrica non ci torna, André Brink - che pure gli aveva dedicato Un istante nel vento- campa di quello che scrive ma può camminare a testa alta. Fine della mia opinione personale); ma Breitenbach ci prende quando nella sua poesia parla del mistero come eccesso di chiarezza. Al nostro sguardo di europei, che cercano la chiara distinzione tra il bene ed il male, tra il peccatore e l'innocente, tutto quel casino sembra sempre troppo misterioso. E più cerchiamo di illuminarlo, meno -va da sé- riusciamo a capirlo, più il quadro che ne esce è una proiezione della nostra personale visione dei massimi sistemi, che ha a che fare sempre meno con la realtà concreta delle biografie.
Con tutta sincerità, non mi pare proprio che la storia del Medioriente sia riducibile a quella della colonizzazione: ho in mente le pagine di Yehoshua con le descrizioni delle parate naziste davanti alla missione luterana a Gerusalemme, negli anni Trenta. Giustificazione, colpe dei padri, giardino dell'Eden come luogo senza conflitti... sono tutti temi che appartengono alla lettura cristiana della Bibbia, nel mondo ebraico sono presenti in tutt'altro modo.
Penso alla descrizione del processo al protagonista di Vergogna. Un comune passato unisce i docenti universitari (colpe dei padri: quelle degli intellettuali in una dittatura); il protagonista viene processato e lo implorano di fornire una giustificazione, per ricostruire un paradiso perduto ed innocente, di cui tutti hanno nostalgia.
I maestri del Talmud insegnano invece che Adamo ed Eva volevano uscire dall'Eden, per entrare nel mondo e raddrizzarne i torti. E che le colpe, come nel Signor Mani di Yehoshua, stanno dove tu non le cerchi.

caracaterina

Nahum, non so bene cos'ho toccato ma mi sembra di sentire nella tua risposta una venatura polemica, lieve, educata e anche un pochino trattenuta. Anzi, meglio, una puntualizzazione con tracce di puntiglio. Ma con quello che tu scrivi sono perfettamente d'accordo, ("Allora, chi è il buono e chi il cattivo?", tu chiedi, chi è l'hospes e chi l'hostis? suggerivo io) anche se, è evidente, non ho la tua conoscenza nè del Talmud nè della letteratura sudafricana (e non solo di quella).
Sta il fatto che, visto da qua, da una lettura europea come la mia che altro non può essere, l'atto di forza (perchè tale è sempre, e non lo dico in chiave moralistica ma con riferimento all'energia richiesta dall'adattamento) con cui si diventa culturalmente "padre" e si fa diventare "madre" la terra nuova e inizialmente estranea su cui crescere i propri figli, viene sempre in qualche modo "giustificato" a posteriori con una costruzione narrativa, una s/Storia, che ha necessariamente carattere di difesa di un'identità minacciata e faticosamente (ri)composta e che, come tale, si articola intorno a un'immagine di sé più o meno semplificata ma pur sempre "buona". (A proposito di semplificazioni, anche il dualismo amico/nemico lo è, naturalmente, ma intendevo usarla solo per la sua funzionalità discorsiva e per polarizzare i termini molteplici di conflitti complessi, non per negarli) Tutti i racconti di chi si è sradicato da un territorio e si è andato a radicare in un altro contengono una motivazione "buona" ed è del tutto ovvio e naturale che sia così. L'importante è non dimenticare mai che si tratta, in tutti i casi, di una costruzione difensiva predisposta per contenere l'urto eventuale di un hospes che può trasformarsi in hostis. Se i miei padri sono finiti in un altro territorio per colonizzare e conquistare (motivazione “buona”, per loro) sarà difficile che, oggi, quell’hostis non sia dentro di me e che io mi riesca a sentire “buona” senza un’enorme fatica. Ma non è molto diversa la fatica nemmeno se mi trovo in un altro continente perchè ero/erano in fuga da una persecuzione vera o da un malessere privato e/o culturale e/o economico, perchè volevo dare una mano o perchè mi ci sono trovata e smarrita o perchè ritengo che lì siano le mie radici da cui la mia stirpe si era allontanata per qualche motivo. Queste storie non hanno molta importanza agli occhi dell'Altro, o agli Altri, per cui io non sono Io ma Altro, uno straniero, un hospes/hostis . E, in questo senso, giustamente tu parlavi di un provincialismo degli europei (io direi dei bianchi), i quali credono sempre che il resto del mondo tenga conto delle loro motivazioni, se sono “buone”, e da noi, il loro valore “buono” cresce se si l’immagine si identifica col ruolo di vittima o di ribelle. Ad esempio, dire che gli afrikaans, nell'Europa delle guerre religiose, erano dei perseguitati (come lo erano i Pilgrim Fathers, d'altronde) è una verità storica ma ciò non toglie che, in caso di conflitto, tale verità assuma innegabilmente una funzione giustificativa. Fantasticando, ci si potrebbe immaginare cosa succederebbe se gli americani (e non solo del nord) di origine africana dessero vita a un movimento migratorio massivo .che li riportasse in Africa da cui, certo, i loro padri non volevano andarsene? Le colpe "stanno dove tu non le cerchi" ma il problema vero è riuscire a smettere di cercarle e volerle emendare, ovvero di "raddrizzare i torti". E' un problema perchè significa riuscire a uscire dalla necessità del conflitto e mi permetto di pensare che sia un problema senza soluzione, se non per approssimazioni e riduzioni. E' un problema della politica, che può offrire aggiustamenti tanto più stabili quanto meno sono legati al bisogno viscerale di giustificare la propria appartenenza ad un luogo (la propria identità) con una storia di padri, di sangue o culturali che siano, da cui fuggo per affermare la mia autonomia oppure che mi hanno cacciata, a cui voglio tornare o a cui voglio dimostrare qualcosa, e di torti da raddrizzare.

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