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01/02/2005

Commenti

Effe

lo dicevo o no, che ogni scrittore dovrebbe passare una parte di vita in treno?
ta-tam
ta-tam
ta-tam
(tre-no)

demetrio

(tre-no/ due-sì)

avevo una sorta di timore, tremore?, nel commentare per primo questo racconto. Perché questo è un racconto, palm. e non un resoconto del varo.

e il riferimento a mozzi, nei post precedenti, quello degli orari del treno, è qui palese nella struttura. Questo tuo racconto mi ricorda certe narrazioni di mozzi, in cui lui sembra volerci raccontare una cosa, e la cosa è chiarissima come in questo caso: il varo di una casa editrice, ma poi la narrazione è in realtà piena di altro, di altro da sé.
E in questo doppio binario sta - se vuoi - la razionalità della scrittura: io dico una cosa, la dico chiaramente, ma nella realtà vorrei dirne un'altra, che enuncio in maniera oscura.

C'è un di più secondo me: che questo tipo di narrazioni hanno sempre un terzo oggetto - untitled la chiamerebbe la voce - che è indipendente da quello che noi volevamo scrivere, ma che poi è 'il segreto' che ci porta a scrivere certe cose.
Questo segreto è sconosciuto a te, che scrivi, e a me, che leggo, ma ne avvertiamo comunque la presenza.

d.

ps.
spero di non aver usato termini in maniera troppo leggera, è un periodo che mi si accusa di essere 'leggero' con i sinonimi e i contrari; io che mi pensavo che la leggerezza fosse una virtù.

untitled io

Quello che mi ha colpito qui sopra ogni cosa, è il tentativo di dire della paura. Io se penso ai miei viaggi penso a tante cose, ma di sottofondo a ogni scena ci metto la paura, il cuore leggermente, costantemente accelerato, il respiro forzatamente silenzioso, lo sguardo piantato su un angolo del finestrino mentre ci si sente, come dire, perlustrati, valutati di consistenza. Ho provato a scriverne a lungo stamattina, e stranamente sono partita da un argomento che apparentemente non c'entrava niente: dal bagaglio. Il bagaglio come segno visibile della tua capacità (o incapacità) difensiva. La scelta del tipo di bagaglio. Il modo di trasportarlo, e di avanzare. Sedersi nei pressi del proprio bagaglio. Far finta di non badarci, e badarci invece. Sì, in fin dei conti volevo parlare anch'io, del varo di una casa editrice.

Llu

io preferirei che la donna grassa fosse bionda o biologa o parlasse tedesco o inglese americano. ma pacienza. vediamo il resto

palmasco

@ Llu capisco quello che dici, ma devi considerare che lo spagnolo è una lingua molto diffusa, e che le bionde con gli occhi profondi in proporzione sono pochissime (?), e che le biologhe sanno sempre benissimo dove andare, anche nelle stazioni dei paesi per loro più remoti, e se non lo sanno appaiono così sperdute, così perse, che tutto possono fare tranne che paura.
Devi anche considerare che Palmasco è un personaggio, costruito soprattutto sulle paure che sono parte di una persona, una persona molto più completa, sfaccettata e complessa sia delle proprie paure che dei personaggi che ne nascono.

@ Demetrio secondo metti a fuoco una nozione generale molto importante, e con grande precisione, la tradurrei così:
se quando scrivi metti in quello che scrivi tutto quello che sai, e se scrivendo capisci cosa sai veramente, non ci sarà niente di nascosto nella tua scrittura, eppure ne risulterà qualcosa che sta oltre le parole che usi, qualcosa ignota allo scrittore e al lettore, eppure concretamente presente per entrambi, per quanto indicibile.
Un'intuizione la tua che ricalca fedelmente il concetto junghiano di "simbolo", che com'è noto in Jung (c.g. lo psichiatra) è particolare e abbastanza diversa dagli altri: indica contenuti psichici formati da una parte nota e una ignota - non sono quindi riconducibili a sostituti, ad altri elementi noti, come purtroppo ha (malamente) reso comune una certa volgarizzazione del pensiero psicoanalitico, per cui ogni oggetto a punta sono cazzi e ogni concavità sono isterie, e ogni forma di relazione tra le cose si riduce a una semplice scopata, soprattutto per quelli che proprio non riescono a farne...
Il simbolo dunque. Rinvia a un ordine diverso delle cose note, che non è nascosto, un ordine che dal noto conduce per sfumature all'ignoto, cioè a una combinazione (ordine) nuova che le rende diverse.
Mi ci ritrovo molto, soprattutto con l'idea abbastanza diffusa che tutto sia già stato scritto e vissuto, che mi pare sensate, eppure con la capacità ancora esistente, di provare la sensazione del nuovo, di assaporare la sorpresa, la novità l'imprevisto, anche per gli eruditi e per quel vertice dell'esperienza vissuta che sono gli anziani - testimoniati da quello che dicono e che scrivono.

@ Untitled mi dai l'opportunità di aggiungere che le migrazioni sono guidate sempre dalla speranza, le piccole e le grandi, e che insieme a quella viene la paura.
Ci aiutano tutt'e due a prendere attivamente in considerazione il mondo in cui viviamo e gli elementi che ci circondano, ci impediscono di distaccarci dalla realtà proprio mentre contribuiscono a cambiarla, spero che in questo racconto si veda soprattutto il contatto attivo con la realtà.

ciao

palmasco

Opss
F non so più come chiamarlo: trenino?

llu

"e che le biologhe sanno sempre benissimo dove andare, anche nelle stazioni dei paesi per loro più remoti, e se non lo sanno appaiono così sperdute, così perse, che tutto possono fare tranne che paura"

che vuole dire questo?

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