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25/10/2004

Commenti

untitled io

Ma è cambiato!
Era più bello prima.
Questo è più triste, o semplicemente meno allegro.
Editing fuori luogo, "m'è venuto così e l'ho scritto".
Ciao.

palmasco

Cara untitled, "niente è permanente", appunto.
Più bello e più allegro prima?
A me sembrava soltanto più sgrammaticato. Credevo di essermi limitato ad aggiustarlo, non avrei mai creduto di avergli cambiato il tono.
Non che dubiti di quello che mi dici, del resto le prove sono state distrutte e non si potrà mai più fare un paragone.
Per una volta ho scritto in diretta e corretto direttamente sulla pagina per scrivere i post.
ciao

demetrio

ecco di cosa ci priva la tecnica al servizio della scrittura.

ci priva de "la critica delle varianti".

ciao
d.

untitled io

No, della “critica delle varianti” non m’importa tanto. Credo fortemente invece all’importanza delle “condizioni”. In una performance sportiva, ad esempio, l’incidenza del vento è importante. E poi il pezzo non è stato corretto solo dal punto di vista grammaticale: sono apparsi altri elementi (chissà per effetto di quale condizione mutata), e un elemento in particolare, il fumo. Io sono una fumatrice e lo sento – anche Palmasco, che è un ex fumatore, dovrebbe sentirlo. Che è cambiata l’aria. Difatti il fumo, col ghiaccio al sapor di negroni in bocca, non c’entra proprio niente, distoglie. Le papille gustative di chi legge sono all’improvviso disorientate, i sensi storditi, e noi leggiamo coi sensi – se no che senso avrebbe, per chi scrive, rimandare a senzazioni così fisiche?
In fede, fumando ghiaccio aromatizzato. Da casa.

demetrio

ma le condizioni (di scrittura) e le varianti (di scrittura) sono si modificano a vicenda?

cioé.

tra la prima versione di A Siliva, scritta quasi di getto e le successive, ci devono essere state condizioni di scrittura diverse.

untitled io

Vabbè, non vorrei farla tanto lunga. Ma ci sono alcune idee convenzioniali che ci fanno ostacolo, come ad esempio quella che la cosiddetta "versione definitiva" sia sempre la migliore perché, genericamente, "più lavorata". Ma io credo (a proposito di lavoro) che oltre all'intelligenza e alla sapienza linguistica anche l'umore lavori, quando si scrive. E' che il lavoro dell'umore viene spesso considerato inutile, quando non sconveniente a mostrarsi. Quando invece spesso è utile, e anche molto elegante nella forma (come nella versione precedente di questo post). Insomma: a rileggerla dopo un po' di tempo, una scrittura disordinata ("sgrammaticata", secondo Palmasco) potrebbe sembrare tale solo perché reca molto visibili le tracce dell'umore.
(ora palmasco mi manda al diavolo, me lo sento)

palmasco

Al contrario. Diciamo invece che sono sorpreso dalla qualità del vostro dibattito e, se aggiungo il commento che m'ha lasciato gino sul post del taccuino, in generale mi ritengo veramente fortunato per qualità di commenti ricevuti.

Nel merito di quello che dite, non so bene.
Credo che chi ama un autore, o un'idea, o un testo specifico legge volentieri tutte le varianti, per curiosità e amore, senza fare una classifica.
E' vero che, proprio perché ama, secondo me non può non preferirne una variante, ma la preferenza può cambiare nel tempo: dipende quindi da tanti umori oltre quello dell'autore, anche da un umore del tempo in cui vive.

L'esempio più facile che mi viene in mente per farmi capire è quello delle canzoni: dopo il Concert in Central Park gli originali di Simon e Garfunkel mi sembrano lenti e impacciati, musicalmente quasi incomprensibili, ma in certe serate che fanno perfino oltre la musica, li preferisco.

La disponibilità e la storia delle varianti quindi arricchisce l'opera, e la scelta della migliore secondo me è un giochetto da fare con molto distacco, anche se divertente.

Effe

non si preoccupi, ci penso io ad abbassare il livello (e non mi deve neppure ringraziare, che son qui apposta).

A me affascina la varianza della scrittura (tanto che vorrei farne una teoria della scrittura variante). I percorsi, i ritorni, le note a margine.
Il prodotto finito - ma è davvero un paradosso? - mi interessa non quanto la vita bruciata per scrivere quel libro, quel racconto, quel post.
La scelta di scrivere come flusso parla alla carne di chi legge; la riscrittura decifra invece un linguaggio neuronale (forse è l'anima, chissà).
Il passaggio dall'una all'altra esperienza qualcosa vorrà pur dire (un pentimento, un'accusa o un'assoluzione)

untitled io

Ma "passaggio" vuol dire "andirivieni"? Se sì m'interessa molto, se no invece non tanto.

Effe

per me significa bi/tri/multidirezionalità, anche sincronica (ma qui siamo già al virtuosismo)

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