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18/02/2004

Commenti

rose

palmasco, mi cade anche lei nella polemica? non ti curar di lor... (comunque sì, la vacuità è sempre in agguato - di recente ho visto blog perfettamente decenti sprofondare nella trappola del parlare solo... di blog).

b.georg

uhm... quindi non si può parlare di blog... e di cosa "si può" parlare? ;)

untitled io

Non è tanto per le quattro banalità (hmm). E non ne farei neppure una polemica fra bloggers. E' che all'improvviso non c'è più tempo di guardare bene niente. Di provare realmente niente. A furia di scrivere leggere commentare qualunque cosa, quasi prima che accada, ché il blog è veloce. Forse anche chi saprebbe guardare bene non lo fa più, perché è troppo faticoso e c'è tanto da fare invece: c'è da tenere i blog, c'è da leggere i blog, c'è da commentare i blog. Tanto è uguale, anche se scappa la scemenza: un giorno passa presto, e un post pure. Spesso la banalità è un riempitivo, per non spezzare il ritmo. Non so, io leggo tanti blog ma spesso mi annoio. Se fossero libri non li aprirei, ma sono blog e li leggo e mi annoio. Pure del mio, certe volte mi annoio. Credo che merci si scriva senza la y, a meno che non sia il diminutivo di Mercedes.

Invasiva

Quello del bloggarsi addosso, b.george, bisogna ammettere che è un peccato veniale in cui incorrono moltissimi weblogs, anche (soprattutto?) quelli più conosciuti. Spesso mi sembra un espediente (ingenuo? involontario?) per "far conventicola", più che una reale attenzione verso gli altri.
Untitled, io una volta scrissi "tenere un blog mi sembra una contraddizione in termini, perché quante più cose vivi, meno tempo hai di postarle". Per come la vedo io, il blog serve soprattutto a cristallizzare quello che uno reputa importante (per se, magari anche per gli altri). Quello a cui fai riferimento tu forse è proprio questo voler forzare il valore di un'esperienza pur di poterne scrivere.

b.georg

il "bloggarsi addosso", cioè il chiedersi "pubblicamente" (ognuno coi suoi mezzi, chi con la teoria chi col racconto chi con una semplice domanda) cosa sia ciò che si sta facendo, assieme ma ognuno singolarmente, è del tutto consustaziale allo strumento. Stupisce che non si veda questa evidenza assoluta, che è legata alla natura del mezzo e alle sue caratteristiche. Quanto al "blog-tempo" che ruba la vita, suggerirei di considerare che nessuno impone di scrivere (o leggere) tutti i giorni, salvo il timore che la gente non torni da te. Ma è un timore sciocco. La "gente" non esiste. Baci.

untitled io

Non è un timore sciocco: io non scrivo alla gente, io parlo a voi. Ho già perduto persone, in rete, e non è che la cosa mi sia scivolata addosso.

b.georg

proprio così: la "gente" (concetto astratto che qui non esiste) puoi perderla, ma le persone che "tocchi" e da cui ti fai toccare (dato che la scrittura è un *gesto* personale), quelle affini che ti leggono perché ti hanno scoperto, invece, non smetteranno di certo di cercarti perché ti prendi i tuoi tempi. Se io ti stimo, tornerò anche dopo sei mesi che non scrivi nulla a cercare se per caso hai ricominciato a scrivere. E non mi offenderò mai se preferisci tacere piuttosto che scrivere cose che non senti. Mi offenderei forse nel caso contrario, se scrivessi per compiacere il mio ritorno (ma nemmeno in quello, in realtà non mi offenderei mai). Così almeno a me pare.

rose

a me tutto quello che è riflessione sul mezzo e sul linguaggio interessa molto. trovo invece noioso e sterile in un blog (magari sarebbe divertente al bar) quello che è stato definito da invasiva "far conventicola". fermo restando che è il sistema stesso degli ipertesti a consentirlo e che - granieri docet - in rete ogni contenuto ha diritto al suo angolino, l'effetto rumore a volte assorda. forse però la consapevolezza del linguaggio crescerà anche attraverso queste fasi dispersive.

Invasiva

Per come la vedo io il bloggarsi addosso non è consustanziale al bloggare stesso. Se è vero che un feedback ci dev'essere (il medium stesso lo giustifica), non è affatto necessario rimasticare all'infinito ciò che è già stato detto da te e da altri, e poi di nuovo e ancora da altri e da te, pur di non mollare la presa sull'argomento se vedi che "tira". Mi chiedo, appunto, quanti di noi scrivano davvero quello che vogliono e non quello che gli altri si aspettano di leggere.
Io non vorrei passare per l'acida di turno scrivendo queste cose, giuro, è che da quando ho scoperto i blog non faccio altro che stupirmi di quanta ruffianaggine e autoreferenzialità ci sia in alcuni di essi. E anche quando il riferimento è quello di un blog "amico" o "famoso", sempre di autoreferenzialità si tratta. Non so se riesco a spiegarmi bene.
Sia chiaro, non c'è niente di oggettivamente sbagliato in questo, ognuno gestisce il proprio blog come più gli pare (ci mancherebbe); è che fatico a capire perché spesso restiamo ancorati al nostro orticello anche qua dentro, pur avendo un jet supersonico tra le mani. In questo sono d'accordo con Scarpa, mi spiace. E tutto per non volerci inimicare qualcuno, per non deludere. Il fine non giustifica il mezzo, detta in soldoni.

Per quanto riguarda il tuo ultimo commento, invece, ti voglio stupire con effetti speciali, b.georg: sono d'accordo su tutta la linea.

b.georg

invasiva, non dispongo della necessaria penetrazione dell'animo altrui per dire se qualcuno scrive per esprimere se stesso (modo giusto di bloggare) o invece per ruffianare (modo sbagliato di bloggare). A dire il vero credo che se esistessero un modo giusto e uno sbagliato, tutti noi saremmo colpevoli. Non conosco nessuno che non viva il conflitto tra questi due lati di se', connaturati a questo "essere immediatamente" esposti allo sguardo altrui tramite la mediazione della propria scrittura, come proprio doppio. Non conosco nessuno che non si sia almeno un po' sbucciato le ginocchia con cose come il riconoscimento altrui, i giudizi altrui, i complimenti altrui, narcisismo e vergogna, l'ansia di postare, il rifiuto di postare, la megalomania o la disistima, la ricerca degli accessi alternata al rifiuto degli accessi e così via. In quanto "scrittura personale", credo che da essa emerga, anche involontariamente, il monstruum (la singolarità) che noi siamo nel rapporto reciproco. Pensare di salvare solo il buono vuol dire non salvare niente e nessuno. Scriviamo anche per i motivi sbagliati. Anzi, non ci fossero, probabilmente non scriveremmo. Di motivi giusti è lastricata la strada del kitsch. Quindi perché giudicare qualcosa come giusto o sbagliato se appartiene a tutti? Non è infatti proprio questa dialettica interiore, estroflessa nella reciprocita' del mezzo , a costituire la base della domanda che, prima o poi, tutti si fanno su: cosa cavolo sto facendo? Che senso ha? E' questa domanda, secondo me, ad essere consustanziale (il che non significa che sia oggetto continuo di scrittura, ma solo che è una domanda che vive sotterraneamente). Se poi diventa masturbazione teorica non saprei dire. Ognuno conosce il limite personale superato il quale questo accade, ma lo conosce domandandosi (e in quel caso se è onesto si ferma). Senza domanda su di sé non vi è vera intelligenza, del resto. Secondo me qui sta la differenza tra cattiveria e cinismo. La cattiveria comprende anche se stessi nel giudizio e non dà luogo a una sentenza definitiva, ma a una consapevolezza più ampia, in cui sta dentro anche il "brutto" e il "bruttissimo", ritorti e "salvati" nelle scritture che si riconoscono. Ok, incasinato e logorroico come al solito, ma spero lo accetterai come un tentativo sincero di farsi capire :) Chiedo venia a Palmasco per la lunghezza.

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