15/11/06

uff...

Sono stati giorni di lotte.
E di frustrazioni.
Ma finalmente ci sono riuscito.
Eccolo!

05/11/06

piano

Un pomeriggio siamo andati a vedere Kounellis alla Fondazione Pomodoro.
Qualsiasi mostra si vada a vedere lì, secondo me riesce bene, perché lo spazio è insolito e bello, c'è un'atmosfera fortissima.
Un vecchio capannone industriale completamente rimesso a nuovo e restaurato così da snudarne la struttura, lasciando in giro pochi oggetti insoliti della destinazione originaria, gli enormi ganci pensili per esempio, che hanno sollevato chissà quali pesi e continuano a farlo, perché alcune delle installazioni che abbiamo visto pesano certamente qualche tonnellata. E le fasce di materiale plastico colorato d'azzurro, dentro le quali corrono i fili che comandano le gru scorrevoli alle quali sono appesi.
Questa volta la sede è abbastanza sgombra, ci sono pochi oggetti in esposizione, le linee molto semplici e i grandi volumi risaltano.
Ci sono tonnellate di carbone disposte in labirinto. Grossi pannelli di lamiera alle pareti. Qualche altra composizione.
Si cammina sui corridoi sospesi nel vuoto, detti ponti, dai quali piano dopo piano cambia la prospettiva e il senso dello spazio, si lanciano occhiate a una distanza troppo ampia per le nostre abitudini, perché il "sonar" che abbiamo maturato negli appartamenti, mandi un segnale di ritorno.
Le onde vanno e non tornano. Forse ci si abitua all'insolito, ma si resta segnati, dall'esperienza dello spazio in particolare, per questo andare alla Fondazione Pomorodo mi piace tanto e piace, a giudicare dal numero di visitatori.

E poi c'era un pianista lassù, sul terrazzo sospeso nel vuoto all'altezza del terzo piano, forse del secondo, ma molto in alto. Sospeso.
Suona per volere di Kounellis. Fa parte dell'installazione. Suona qualche frase del "Va' Pensiero". Tutto il tempo, e senza interrompersi, suona le stesse cinque frasi forse, comunque pochissime battute. Porta la musica alla sua tensione naturale, lungo le note che tutti conosciamo benissimo, quando sarebbe il momento di aprire il suono e lasciarla andare, invece ricomincia e via così.
E' anche irritante. Sicuramente è un elemento col quale fare i conti. Guardi le maschere, ti chiedi com'è per loro. Ho parlato con una signora del bookstore, mi ha detto che non la sente più. Mi ha detto che il pianista le ha detto che per lui l'aspetto positivo è che ha un sacco di tempo per pensare.
Suona e risuona nello spazio insolito.
Invece di andare contro quest'esperienza, provando l'irritazione di cui ho parlato, o forse la parola giusta sarebbe esasperazione, le vado insieme: poggio un gomito al parapetto, lascio risuonare la musica.
Ho pensato, credo come tutti i visitatori, che mi sarebbe piaciuto vederlo.
Sono andato su dove suonava, a godermi la musica appoggiato all'angolo della balconata, con entrambi i gomiti sulla balaustra.
Mi sono accorto che per guardarlo avevo scelto di stargli alle spalle. Che per apprezzarlo davvero avevo bisogno di non essere visto da lui. Che non vedesse il mio interesse, la mia curiosità. Forse perché penso che il suo sia un lavoro pazzesco, per quanto temporaneo, e segretamente volevo vedere come se la cava, cosa ci mette per non impazzire, a suonare per ore quelle poche frasi, come una macchina. Francamente stavo bene. Nell'insieme c'era qualcosa che m'è piaciuta.
E' scattata anche l'analogia.
Il mio atteggiamento con lui somiglia a quello dei lettori del mio blog nei miei confronti, quando lo scrivevo, la scarsezza dei loro segnali una specie di scelta di mettersi alle mie spalle per godersi la scena, senza stare nel mio campo visivo.
Li potevo comprendere un po' di più, mentre andavo e tornavo con le note, e dal sonar non rimbalzava niente.

31/10/06

tito livio caro, o lucrezio andronico, non sono sicuro

Il treno va.
Una di quelle mattine così, che fuori faceva caldo, non c'è stato bisogno di mettere i guanti, e non hai voglia di metterli soltanto per attaccarti al gancio della metropolitana, tanto sono soltanto tre fermate. Non t'importa del passamano unto, stamattina. L'ora è quella, che la metro ci serve in tanti, e siamo tutti dentro.
Siamo in cinque intorno al palo di sostegno, belli stretti, parliamo di una piazzetta dove c'è qualcosa di nuovo da vedere, piazza Tito Lucrezio Caro.

Tito Lucrezio Caro? Mai sentita.
Già dov'è?
Verso Beatrice d'Este.
Uhm.
Sai dove c'è quella rotatoria che se giri a sinistra poi passi il semaforo e sei alla Bocconi?
Quella col giardino immezzo?
Sì.
Allora sui viali.
Sì.
Più verso Sabotino, diciamo.
Sì, dove incrocia il tram nuovo.
Uhm.
Quando arrivi allo slargo che dall'altra parte c'è il... il... sai quel locale mezzo discoteca che ci fanno anche i concerti?
Ma quale?
Non mi viene in mente il nome. Quello con l'insegna argentata. Diciamo la parallela alla via dove c'è la Centrale del Latte.
Ma tu dici via Porta?
Mah... veramente non so come si chiama.
Sì, sì, dev'essere quella.
Insomma lì in fondo, prima del benzinaio che copre il Paradise, che non si chiama il Paradise, ma perora mi viene in mente non so perché il Paradise, forse perché il nome del locale comincia con la P, sì, mi pare proprio che comincia con la P. Lì giri a destra, segui quella stradina piccola e sconosciuta, dopo un centinaio di metri si apre una piazza che è Tito Livio Caro.

Ero appena all'inizio del mio viaggio detto alla luna, cioè quello nel quale, come avevo scritto io, non avevo accesso alla rete.
Questa conversazione fu forse la prima leggera presa di coscienza, la prima incrinatura del nuovo mondo.
Ci abbiamo messo tre fermate e più, di parlare fitto fitto, soltanto per farci tutti un'idea approssimativa di un posto che comunque, per raggiungerlo, avremmo poi dovuto ricontrollare sul giornale o sullo stradario. Di un parlare fitto fitto della vaghezza - e non sto recriminando, ero io quello che non ricordava i nomi, che dava le indicazioni al suo meglio, per vicinanza e approssimazione, perché io percorro la città così, come i muli. Con pochissimi nomi di strade a mente, e invece tutta una serie di svolte a quel bar coi tavolini liberty fuori, dopo la piazza col parcheggio sotterraneo eccetera eccetera.
Quando in una conversazione in rete, un semplice clic avrebbe fatto chiarezza e ci avrebbe permesso di parlare di quello di cui volevamo parlare, invece che perdere tempo in facili istruzioni stradali.

Già. Ma forse il punto è proprio questo: di cosa avremmo voluto parlare e perché ne parlavamo così, in forma di approssimazioni urbane? Quando mi sarebbe bastato un accesso alla rete, da un palmare qualsiasi, per chiudere l'argomento, pensavo.

Intanto la mia attenzione era attratta anche da un ragazzo poco più in là nella carrozza.
Uno con lo sguardo attento.
Tutto un insieme che non saprei spiegare bene, ma che attira l'attenzione. Uno che in quella routine e piccola folla, al contrario di tutti noi, ancora guarda.
Mentre la mia mente annaspa tra nomi di vie e strategie di orientamento urbano forse inadeguate, mi prende di sorpresa un sentimento per lui.
Mi dispiace per lui. Non lo conosco affatto, non l'ho mai visto, non so nulla di lui, ma so che ha qualcosa che io ho già avuto. Di cui pare mi dispiaccia.

(Strategie di orientamento urbano inadeguate, ma soltanto in un contesto verbale di spiegazioni, naturalmente, perché usarle per muoversi, io mi ci muovo benissimo. Nella mia e in tante altre città :-) .

27/10/06

cinismo e movimento

Ci sono le abitudini e il cinismo, figli della difficoltà, ad impedire il movimento.
Si dice mi sento costretto per significare la sensazione di poca libertà, di mancanza di movimento.
Ci sono, non c'è niente da fare.
Sono in viaggio senza accesso a internet, mentre lavo le calze nel lavandino per l'indomani, ripenso alle facce nuove che ho incontrato oggi, ai pezzi di conversazione che ho avuto: mi ci ritrovo di meno. Qualcosa non c'è. Non è andato perso, ma non c'è e mi manca.
Ma per fortuna è solo un momento, non m'è mai piaciuto lavare le calze a mano.

Del resto è un equilibrio necessario, per quanto difficile. Il continuo movimento minaccia l'esistenza di qualsiasi contenitore che non sia la dispersione, ma per la nostra mente attuale, "dispersione" è ancora troppo difficile da usare. La dispersione per noi è sinonimo di mancanza di contenitore.
Tutto quello che sento e che vedo, con cui vengo a contatto, non so dove metterlo, non so come conservarlo. La mancanza di contenitore è questa. Spesso fa male. Molto.
Cose che mi entrano dentro e si accatastano, o si disperdono in angoli bui e polverosi, poco frequentati.

L'amore e le cose amate. Energia e materia tra movimento e cinismo.
C'è una quota di trasformazione, stupefacente, che mi permette di andare, che mi tiene in piedi.
Non saprei dirlo meglio. Non stasera almeno, che sono ancora all'inizio del viaggio.
Equilibri da spettacolo da circo, tra filamenti di materia che si depositano come sul palmo della mia mano, che mi provano l'esistenza, e forze e impulsi che mi suggeriscono l'essenza.
Per quanto possibile mi destreggio, tra abitudini modeste e aspettativa del nuovo, tra oggetti che prendono un po' l'uno un po' l'altro aspetto.
Tutto cambia.

Dove vai? Alla luna? La mia direzione e la domanda che mi portavo dietro, non facevano quindi che cambiare.

20/10/06

stabile ma in movimento, come la corrente

Mi piace molto andare dove non sono mai stato.
Immaginare come sarà un paesaggio, una città, una strada, una casa, usando suggestioni prese da libri e da conoscenti, da brevi dialoghi per caso, informarmi.
Poi andare.
Il movimento cambia le cose, non fosse che la predisposizione di chi va. L'informazione cambia il conosciuto, il familiare. La mia città va ripercorsa, dopo che ne ho ascoltato un punto di vista diverso e interessante. Bisogna mettersi in moto, andare a vedere cos'hanno visto altri occhi, se possibile.
Niente mi fa venire più voglia di tornare in India, che le impressioni degli altri sui luoghi che vi ho già visitato.
Le vecchie informazioni - e suggestioni ed emozioni - non vengono cancellate. Diventano la forma che modella le nuove. Il movimento rende contenitore quello che era contenuto. Il nuovo resta appeso al ricordo sul quale si stratifica, diventato gancio.
Sono trasformazioni stupefacenti. La materia che diventa energia e viceversa, cose così.

Dove vai, alla luna?
Ero lì che mi giravo tra le mani la domanda.
Poi c'è stata la voglia di raccontare la storia di una passeggiata al mattino, assecondata perché ho pensato che una bella divagazione avrebbe aggiunto distanza al sapore della luna, uno spessore che potrebbe esserle favorevole.

Le fotografie che ho pubblicato sono una storia. Fin dal momento che le ho scattate, lo sapevo. Le ho subito conservate in una cartella a parte, che fin dall'inizio ho chiamato fotografie: una storia.
Credevo di postarle per i lettori, non sapevo che nella lunga durata della loro pubblicazione, sarebbero cambiate così tanto sotto i miei stessi occhi, anche per me. Quando mi sono reso conto che siamo arrivati alla casa, quindi quella storia era finita, ho provato quello scarto così strano, ben familiare ai lettori appassionati, che girano l'ultima pagina di un libro amatissimo.
Sono trasformazioni stupefacenti.
La rete per me è stata l'opportunità d'intensificare questi fenomeni, pensavo con la luna nella valigia, così lontano nel mondo da non avere più un punto d'accesso a portata di mano.

19/10/06

dal mare a casa 16

Dalmareacasa17_2


.


(foto palmasco)


18/10/06

dal mare a casa 15

Dalmareacasa16


.


(foto palmasco)


17/10/06

dal mare a casa 14


Dalmareacasa15_2


.


(foto palmasco)


16/10/06

dal mare a casa 13

Dalmareacasa14


.


(foto palmasco)


13/10/06

dal mare a casa 11


Dalmareacasa12


.


(foto palmasco)


New York

Los Angeles

La mia foto
Blog powered by TypePad
Iscritto da 02/2004

shinystat