30/11/04

lieve sgrammaticatura

Per un attimo ho incrociato gli occhi del lattaio mentre usciva dalla panetteria.

Era lì, avrei potuto semplicemente fermarlo...
- Per far sapere loro i suoi veri pensieri?
...chiedergli un'informazione qualsiasi, offrirmi un pretesto per sentirlo parlare, vederlo reagire...
- I suoi pensieri veri?
...creare con un minimo d'artificio un'azione realmente accaduta che lo renda più interessante, un dialogo, magari un piccolo incidente provocato dallo scontro tra intenzioni opposte, di parlare con lui, di sottrarsi a me; una pietra lucente e impenetrabile incastonata nel tessuto della mia storia, l'avventura della scrittura offerta al lettore come brivido vero, brivido profondo.
- Ah, beh. Identità e realtà che lievitano da una scheggia di reale. SSSì.

Bé...
Invece mentre mi passava davanti, diretto al furgone parcheggiato in mezzo alla strada, mi sono limitato a girare su me stesso, seguendolo con lo sguardo appena m'ha passato, ma la possibilità di parlargli è stata intensa lo stesso.
La saracinesca sulla fiancata del mezzo era rimasta aperta; dentro c'erano cartoni di latte circondati da fumo risucchiato verso l'esterno dalla differenza di temperatura, che tra le cassette impilate strisciava in correnti incerte, quelle pigre che stagnano, quelle decisamente prudenti che rientrano puntando in alto, quelle d'avanguardia che si diramano verso la soglia, a sparire nell'inconsistenza, per mancanza numerica di atomi d'umidità condensata.

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17/11/04

in trattoria

LamagolfatotaleHo fatto in tempo, per fortuna. (clicca sulle immagini per ingrandirle)
Sono entrambi ancora nel negozio, credo che lui abbia appena detto qualcosa di divertente, si sta grattando la nuca sotto il cappello marrone da cow-boy, in un gesto che potrebbe essere d'imbarazzo divertito; lei ride di cuore, rossa in volto e animata come la vedo solo con lui.
Lamagolfadettaglio

Un cappello da cow-boy?? Certo.
Cerca d'immaginare anche tu quello che vedo, e quindi comprendere il mio stupore: un camice bianco sopra i blue jeans, e sopra il camice bianco un cappello alto da cow-boy, marrone, con le falde ripiegate e attaccate al cilindro.
Se voleva stupirmi, c'è riuscito. Per eccesso, naturalmente.
Per eccesso di ticipicità, per stereoticipicità.

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la caccia

Le quattro frecce arancioni scaldano a intermittenza i lastroni antichi della carreggiata di Porta Romana dal chiarore livido delle prime luci invernali, fino ai miei piedi.
Il grande m'ha svegliato troppo presto, ma stamattina invece di esasperarmi nelle lenzuola tra posizioni inutili e buie, mi sono alzato e sono andato a leggere in poltrona, senza disturbare nessuno, avvolto in un plaid per il freddo.
Presto ho avuto voglia di fare colazione, eccomi per strada prima del solito.

Avverto subito l'allarme della pulsazione arancio nell'umidità rischiarata.
Mi avvio velocemente verso il biancore del furgone parcheggiato in doppia fila al centro della carreggiata, di fretta, finché riesco a vedere le scritte della Centrale del Latte di Milano.
Cerco informazioni sul conducente da qualche settimana, voglio incontrarlo per la mia storia; non solo pare che adesso lo rivedrò, ma con lui ci sarà ancora la ragazza della panetteria, se arrivo in tempo.
Ho paura di non farcela, mi affretto.

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02/11/04

nostalgie: una posa letteraria?

Jenifer è tornata a casa.
Poi s'è sentita meglio ogni giorno, ha ripreso confidenza nelle sue forze, quindi l'è tornata la voglia e il piacere di occuparsi della spesa, tra cui l'acquisto del pane; la capisco bene, soldi da potere spendere ogni giorno in cose utili, che portano nutrimento a casa, perfino felicità (compra i cornetti Algida, la confezione da sei al supermercato, aprendo lo sportello di vetro dei surgelati, con l'atmosfera davanti alle tue mani che si condensa fino ad apparire fumosa, nebbiosa, mentre il vetro s'appanna, e saprai di cosa parlo, quando dopo cena i bambini li possono mangiare, e tra l'altro, puoi mangiarli anche tu!).

Non sono più io quindi che passo ogni giorno dalla ragazza del pane, non beneficio più del suo sorriso quotidiano per i clienti, tranne che per le dimenticanze - ti dispiace andar giù, ho dimenticato... - , non ho più la quotidianità sulla quale stavo costruendo non dico un rapporto, ma certamente un personaggio buono per la scrittura da blog; non ho più neanche quell'emozione di vederla che, in un gran pasticcio, tra cui c'entra anche il modo in cui ho scritto di lei, mi rendeva eccitante andare a comprare il pane.

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18/10/04

immagini e aloni

Arrivo quindi al limite di quella specie di campo magnetico che ormai s'è creato per me intorno al panettiere da cui compro il pane regolarmente.
E' un'area di diverse decine di metri quadri a partire dall'insegna, che avrebbe più o meno la forma di un diamante di baseball dai lati irregolari, che si attiva ogni volta che passo di qui, guardo il negozio e penso a quello che ho scritto sulla ragazza.

Un'area d'intensità abbastanza straordinaria, che non ha niente a che vedere con la quotidianità spicciola delle mie visite, e per essere sinceri neanche con me stesso, ma che è stata innescata dall'attenzione offerta dalla scrittura.
Quand'ero un ragazzino il suo limite aveva il potere di respingermi più spesso di quanto non riuscissi a entrare nel suo perimetro, una così detta timidezza, che per me era piuttosto una mancanza di conoscenze adeguate a scavalcare i confini senza impigliarmici, oppure senza aggrovigliare le linee al punto da banalizzare l'area stessa.

Ricordandomi del proposito di fotografare la ragazza per il mio racconto, mentre mi avvicinavo alla vetrina del panettiere, ho immaginato la scena del fotografo che la supplica di farle il ritratto che mi sono assegnato.

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13/10/04

reverie di un salto

Stamattina la giovane panettiera ridacchiava con un amico sulla soglia del negozio, una felpa rossa addosso e un grembiule bianco ai fianchi, proprio mentre passavo lì davanti, dall'altra parte del fiume di macchine dirette in centro.

Se potessi mettere qui una sua fotografia, credo che sarebbe divertente, forse qualcuno è curioso di sapere com'è lei veramente, per fare la tara a quanto scrivo.
Avrei potuto traversare la strada, avvicinarmi proprio mentre è rilassata e in compagnia, per fotografarla con la vetrina e il negozio, che fa parte della storia; la presenza dell'amico secondo me renderebbe più facile per lei accettare la mia strana richiesta - non voglio una sua foto che sia rubata.
Sa, io ho un blog e ho scritto di lei, mi piacerebbe metterci sopra anche la sua foto, per caso l'ha già letto?
Bé infatti, sarebbe stato strano il contrario... e anche se per caso l'avesse letto, sarebbe stato strano che si fosse riconosciuta, no?
Sorriso, sorriso.
Si metta così... no, non sorrida... ecco.

Un dialogo improbabile, ma dalle statistiche che leggo sulla diffusione dei blog, non si può escludere che la ragazza ne abbia uno e che quindi avrebbe potuto capire la mia richiesta.
Valuto le facce distanti degli automobilisti dove potrei attraversare, a velocità per loro irragiungibili, mi metto a fantasticare che la panettiera sia una lettrice silente, che segua senza lasciare commenti; rinuncio alla fotografia, ad attraversare, e continuo per la mia strada.

Certo una sua fotografia sarebbe un bel risultato per me, sarebbe un risultato molto interessante portarla nell'universo blog se non li conosce, com'è più probabile, sarebbe interessante, mi dico, prepararsi davvero a sostenere quel dialogo, invece che limitarsi a fantasticarlo.
Fantastico sarebbe scambiarsi davvero quel dialogo!
Avere qui la sua foto e la trascrizione delle avventure necessarie a realizzarla, sarebbe un salto letterario nelle ampissime orme di Hemingway.
Non resta che andare e parlarci, no?

12/10/04

parole, le cose seguono

Dopo averne letto sul blog di Palmasco, torno dal panettiere qui sotto a comprare il pane.

Mentre mi avvicino il locale è avvolto nella tipica luce che scolpisce i luoghi di cui si è letto, quando finalmente il lettore li raggiunge.
Luce che stracarica gli oggetti di realtà; stranamente proprio l'aggiunta finisce in qualche modo per sottrarli alla realtà stessa, al punto che sarà necessario che il lettore li percorra e li visiti, magari con una guida, abbia perfino a disposizione dei souvenir, perché tornino ad essere luoghi reali.
Insomma non sono per niente sicuro che questo panettiere che frequento da anni, questa porta di vetro incorniciata d'alluminio anodizzato, sia proprio il luogo di cui ho finito per fantasticare leggendo, non può essere così, proprio no!
Sto visitando un luogo di culto, o andando a comprare il pane?

Sono incerto, insicuro, che mi rende inquieto, emotivo, la realtà ha delle macchie che nascondono proprio quello che conosco, mentre quello che so dallo scrittore, m'impedisce di aderire alla realtà, fa di me un passante speciale, uno di quelli che verranno qui nei prossimi anni se Palmasco diventerà famoso.
Come se la luce di cui mi sono accorto mettesse in relazione scrittori e lettori, accantonando il quotidiano.
Tra l'altro ho paura di incontrare gli occhi della ragazza, mi rende nervoso l'idea che potrebbe scoprire che ho letto di lei, che so , se così si può dire.

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11/10/04

il testimone

Vado a comprare il pane qui sotto, da sempre.
La sera di solito nel negozio trovo la signora, capelli corti e bianco azzurrati dietro la soglia, mi vede arrivare, gira la chiave, apre la porta di vetro.
A quest'ora mi preoccupo un po' della gente che c'è in giro, m'ha detto una volta, senza che le chiedessi niente, ma forse perché ho di mio una faccia interrogativa, o uno sguardo invadente.

Di giorno invece trovo la figlia, o una parente giovane, una ragazza coi capelli corti neri, la pelle liscia, gli occhiali sofisticati.
Una mattina che avevo bisogno urgente del latte, ed ero lì prima delle otto, non mi voleva aprire nonostante mi vedesse benissimo dietro le maglie della serranda, ed io vedessi lei.
Mi può dare il latte? le ho chiesto con gentilezza, e lei con uguale gentilezza e la faccia contratta m'ha risposto che a quell'ora si trova in negozio per sistemare quello che c'è da sistemare, e non per il pubblico: il latte me l'ha dato, ma la sua coscienza di piccola commerciante per me s'è accoppiata agli occhiali che porta, uno che spiega l'altro.
Per anni ho continuato a vederla incorniciata nella montatura.

Sono andato a comprare il pane.
Fuori dal negozio c'era il camioncino della Centrale del Latte di Milano.
Entro dal panettiere e dietro gli occhiali trovo la ragazza che sta sistemando le bottiglie di latte nell'espositore: si china dentro il cartone ai suoi piedi, estrae le bottiglie e le piazza sugli scaffali, il camice bianco le si apre sulle gambe.
Quando entro nel negozio, il lattaio ha appena recuperato un cartone vuoto accanto a lei, proprio nell'istante in cui la ragazza è piegata in due con la testa in quello pieno: tenendo il cartone della Centrale del Latte di Milano per il lato corto e robusto, glielo picchia sul sedere completamente esposto, in un gesto esplicitamente aggressivo dal punto di vista sessuale, che a lei un po' scoccia, si vede benissimo, mentre lui ride convinto di complicità.

Complicità inesistente, anzi molesta, lo sguardo che ci siamo scambiati è stato chiarissimo.
In un angolo è rimasta però la voglia del lattaio: appena entro nel negozio calza su di me come fosse il suo camice bianco, butta via gli occhiali della ragazza, e mi mostra quanto siano sessuali i suoi capelli neri e la sua pelle liscissima.

New York

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