La ragazza indossava una maglia a strisce colorate, seduta a Linate, salutava gli amici al telefono.
Era accanto a me sull'aereo per Londra, le raccontavo New York, dov'era diretta per la prima volta.
Prendemmo la coincidenza per un pelo, le valigie non ce la fecero.
Avrei voluto dirle che sapevo che sarebbe successo, ma di solito non scambio previsioni cattive con gli sconosciuti.
Eravamo in 39 nella stessa situazione. A JFK avremmo aspettato inutilmente intorno al nastro trasportatore fino alla fine, fino al decimo giro della valigia rigida bluastra, un po' ammaccata, che girava già quando ancora le valigie del nostro volo non erano apparse. Poi ci saremmo precipitati all'ufficio bagagli smarriti, a compilare il modulo di riconoscimento, e dare l'indirizzo dove le vogliamo spedite.
Supponendo di essere fortunati, di trovare due impiegati al banco, di trovarli svegli, di buon umore, comprensivi e capaci, quanto tempo ci va a raccogliere il nome, l'indirizzo, il volo di provenienza, avere il riconoscimento sul modulo apposito delle tipologie di valigia, leggere e firmare?
Anche se ci mettono soltanto due minuti a testa - che sono il tempo di attirare l'attenzione del barista, ordinare una birra, vedergliela versare e pucciare il naso nella schiuma - l'ultimo della fila aspetterà quasi tra quarti d'ora. Con il corpo disidratato dal viaggio, le gambe gonfie, le palpebre che tirano sulle pupille asciutte.
Ho preso i miei e ho passato subito la frontiera.
Al nastro non ci sono nemmeno andato. Tra il momento in cui siamo scesi dal Linate Londra, e quello in cui il Londra JFK ha chiuso le porte, sono passati appena 40 minuti, un tempo impossibile per le valigie.
Lasciato scorrere sulla destra i faccioni degli autisti con un cartello in mano, con un nome scritto a pennarello grosso, raggiunto l'ufficio bagagli smarriti, fatto la mia denuncia in un'atmosfera deserta, rilassata, pulita, luminosa. Ricevuto i $200 per un ricambio d'emergenza. Tutto bene.
Avrei voluto soltanto correre indietro un attimo, avvertirla. Non aspettare, vai, vai adesso, vai. L'ufficio è vuoto, vai!
Mi spiaceva che passasse la sua prima ora a New York tra quelle mura anguste e congestionate, immezzo a 40 italiani incazzati, senza un paio di mutande di ricambio per l'indomani.
Prima non mi avrebbe creduto. Adesso i braccioni degli agenti di confine, fuori dalle camicette blu a maniche corte, mi danno la certezza metafisica che indietro non si torna.
Spero che capisca da sola, o che sia talmente felice di essere qui, che l'ora che le sta davanti non riesca ad intaccarla.
Ultimi commenti