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17/01/2006

Commenti

Effe

Quindi, tu hai visto IL lettore.
Quello che ti segue, che occhieggia, che ti osserva quando sa che non ci sei (c'è la tua scrittura, non ci sei tu), e che magari si ritrae un po' se volti lo sguardo, l'attenzione verso di lui.
Hai avvertito che veramente c'è qualcuno, al termine di ogni scrittura.
E' questo?
E voglio dire - non sembri fuori tema - che quelle vecchie pompe di benzina sono magnifiche, anche dovessero esser frutto della tua fantasia.
E non ci sarebbe nulla di strano, in questo caso, nel fatto che anche noi possiamo vederle.
Non accade lo stesso anche con la scrittura?

demetrio

io aspettavo un racconto così per confessarti un debito, e mi dicevo confesserò il debito soltanto quando palms avrà scritto un racconto così e così. E me lo andavo proprio dicendo: volevo un racconto di questo tipo, proprio come tu l'hai scritto.
E quando me lo immaginavo nella mia testa, cioé io immaginavo il tuo racconto, mi figuravo come tu l'avresti scritto, mi dicevo: farà così, farà questi spostamenti qui.
Ecco la parola "spostamenti" mi sembra quella più centrata per il tuo modo di scrivere e non solo perché dentro ci sta la parola post, il termine mentire (il tuo è un costante lavoro di finzione) e l'idea di movimento che è così usuale per te, autore di ruote sottili.
Ma soprattutto perché quando leggo le tue cose è come se modificassi di volta in volta il mio punto di vista.
Inizialmente, le prime volte, questo modo tuo di procedere mi provocava una sorta di fastidio, proprio come la tipa americana che esclama:Oh my god, this isn't really the place to be reading in the morning.
Ecco, io mi trovavo in una scomodità identica.
Ed è da questa che sono partito per leggerti - adesso ho notato una cosa che tu parli della tua scomodità quando inizi nuovamente ad andare in sella alla tua bici - e ho capito che la scomodità tua metteva in luce una mia difficoltà legata alla gestione delle persone che parlano in un racconto.
Quante persone parlano in un racconto?
Chi dice veramente "io"?
Tu tendi, come ho già detto, a mettere in luce le tensioni tra protagonista, narratore e autore. é quello che cervavo di spiegare una volta quando dicevo che esiste un palmasco che fa l'azione, un palmasco che pensa a come scriverla e un palmasco che la edita sul blog.
Io tendevo, invece, una volta a distinguere tra protagonista e autore/narratore, che per me erano simili, identici.
Il tuo esempio, su cui io ho poi lavorato a modo mio, mi è servito per mettere a fuoco maggiormente questa sfumatura, a lavoraci sopra.
Il debito, come vedi, è minimo, ma per me molto importante perché mi ha portato a concepire un diverso modo di organizzare la narrazione; una diversa ipotesi.

Ecco certamente i miei spostamenti hanno un livello sintattico grammaticale, più che altro: un improvviso cambio del tempo verbale ad esempio. Ma è la consapevolezza che credo sia importante.

ecco ho detto.

d.

Effe

giacché è inutile considerarle coincidenze, dapprima si è parlato di "salti", adesso di "spostamenti".
Tu parli, mi pare, di mutamenti.

palmasco

Hai ragione, Springs è un bellissimo posto, le pompe di benzina sono stupende, i proprietari penso che lo sappiano benissimo, non le hanno mai tolte, un sacco di gente va a farci colazione o più tardi per il pranzo, c'è un'atmosfera, ci si va volentieri - e il posto è proprio quello della fotografia.
Ci andava volentieri anche Pollock, Jackson Pollock il pittore, che abitava a pochi passi da lì: per chi ha visto il recente film su di lui, è stato girato proprio lì, io non l'ho visto, ma ho letto le interviste che ne parlano.
Dentro il negozio c'è la fotografia del quadro che Pollock regalò a Mr. Miller, il proprietario di allora, ovviamente, dice la leggenda, in cambio di qualche settimana di provviste arretrate, non si sa esattamente se sia andata così, o se invece il pittore abbia regalato la tela all'amico con cui si fermava a chiacchierare tanto spesso, ma non è molto importante.
Il quadro oggi è in Germania, mi pare al museo di Berlino.
Col caffé ancora caldo in mano, quando sono da Springs vado sempre a guardare la fotografia accanto a quella del quadro, una bella foto in bianco e nero che ritrae Pollock alto e magro appoggiato alla porta che si tiene la fronte in un gesto curioso, insieme a Mr. Miller, che mi ricordo alto come lui con una bella panza e il cappello di paglia in testa, anche se non ne sono proprio sicurissimo, perché siccome la fotografia è lì, e non c'è rischio che io non mi soffermi un po' ogni volta che vado, non l'ho mai memorizzata.

Per il resto non saprei dare veramente una risposta, in senso affettuoso la tua è una domanda filologica (hai veramente detto questo?), che di solito si riserva all'opera compiuta, statisticamente non dovrei ancora rientrare nel caso.
Certo, racconto la vicenda di cui parli tu, su questo mi pare non ci siano dubbi, ma è difficile chiedere proprio a me di cosa veramente sto parlando, spero di non suonare affettato o scortese.

Anch'io all'inizio pensavo che il tratto distintivo della mia scrittura, come lo indica qui Demetrio, fosse una tecnica e credevo di usarla per dare profondità alle mie storie, profondità nel senso di movimento, prospettiva e una sequenza di piani, almeno nelle intenzioni.
Da qualche mese invece mi sembra di capire che con molte difficoltà non faccio che cercare di tradurre una mia visione, cioè di dare conto di come percepisco la realtà: attenzione saltellante, improvvise identificazioni che mi fanno aderire alle storie in modo molto primitivo, e altrettanto rapidi raffreddamenti che mi fanno cogliere legami più ampi come un qualsiasi spettatore seduto nelle ultime file, che insieme allo schermo vede anche la sala (infatti al cinema mi siedo sempre nelle primissime file), una gran voglia di essere attivo e di partecipare, e una propensione altrettanto forte alla passività.
Ne segue che nelle realtà con cui vengo a contatto ci sono necessariamente ampi buchi, salti logici e temporali come abbondano nei miei racconti, dovuti alla mia impazienza o distrazione, o ignoranza, o temporanea sensibilità, e che c'è spesso la possibilità teorica di approdare a uno sguardo cinico sul mondo, contrastata, credo, dal contatto molto diretto e ingenuo con il flusso sotterraneo dei sentimenti, spesso sentimenti per niente ingenui, peraltro.
Finché ho creduto di usare lo stile come una tecnica, la mia sensazione è che si limitasse il campo delle cose che potevo raccontare e il modo in cui avrei potuto farlo, da quando ho capito che invece il mio stile non è tecnica, ma il rovescio della percezione, trovo molto più facilmente l'aspetto della mia realtà che può fare un racconto scritto.

La visione degli spostamenti è molto interessante ed elaborata, e ti ringrazio per avermela proposta, Demetrio, aggiungerei semplicemente che quello che si sposta è anche la nostra attenzione, nella realtà, continuamente, come effetto della condizione moderna, e cioè in parte per la facilità con cui spostandoci perdiamo le radici, in parte perché la moltiplicazione delle fonti d'informazioni provoca slittamenti costanti d'attenzione e di proporzioni.
Se intendevi dire questo, direi che mi stai attribuendo una coscienza molto moderna, una stima di cui sono soddisfatto, se poi in qualche modo ti è stata anche utile a livello personale, non può che farmi piacere.

Potrei continuare ancora per un bel po', ma non vorrei togliere a nessuno la soddisfazione di inserire un tema nei miei commenti...
palmasco

Effe

Palmasco, a me sembra che questo tuo commento continui e propaghi la narrazione

untitled io

La "narrazione" dovrebbe continuare a propagarsi indefinitamente, con propaggini lunghissime e infiltrazioni dappertutto, se questo è un blog (e direi che lo è).

demetrio

la parola "fonte", che dà il titolo al post, e la parola "infiltrazioni".... mi sembrano due "vocaboli" da tenere a mente.

d.

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