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10/11/2005

Vercueil

Effe di Herzog mi ha fatto nascere una forte curiosità e la voglia di una sfida molto interessante.
Non tanto con le regole di un gioco che ha proposto, ma col suo racconto che le precede, di cui le regole sono la chiave che l'ha portato a scriverlo, e che per me è molto più emozionante, e quindi esplicativo, di un mucchio d'istruzioni.
Non vi pare?

Segue la mia interpretazione.

C’è un vialetto a lato del garage, dovresti ricordarlo, dove qualche volta giocavi con i tuoi amici.
Ora le foglie trasportate dal vento si accumulano e marciscono.
Ieri in fondo a quel vialetto mi sono imbattuta in un rifugio di scatole di cartone e teli di plastica.
C’era un uomo rannicchiato là dentro: alto, magro, lunghi denti cariati, la pelle segnata da rughe profonde, un vestito grigio indosso, logoro e troppo ampio, un cappello dal bordo cascante.
Dormiva con l’orecchio sul bordo ripiegato del cappello che aveva calzato in testa. Un derelitto.
Di quelli che elemosinano soldi nei parcheggi di Mill Street, si ubriacano al riparo di un cavalcavia, per i quali agosto, il mese delle pioggie, è il mese peggiore.
Intorno a lui un odore ripugnante di urina, di liquore, indumenti ammuffiti e altro ancora. Sporco
.

Una lettera, una lunga lettera di una donna che scopre di essere allo stadio terminale della sua malattia, alla figlia lontana.

Per il dolore ho preso due delle pastiglie prescrittemi dal dottor Syfret e mi sono sdraiata sul divano.
Qualche ora dopo mi sono alzata confusa e intirizzita, sono salita annaspando al piano superiore e mi sono messa a letto senza spogliarmi.
Durante la notte ho avvertito una presenza nella stanza; non poteva che essere lui.
Una presenza o un odore. Era là poi è svanito
.

La rivolta in Sud Africa intanto infiamma, travolge la quotidianità ingiusta e i ricordi della donna che muore da sola.

Penso a quelle fattorie abbandonate che mi sfilavano accanto quanto guidavo nel Karoo o lungo la costa occidentale.
Penso ai prigionieri allineati sul bordo della trincea nella quale cadranno i loro corpi.
Implorano i soldati del plotone d’esecuzione, piangono, scherzano, offrono denaro, offrono tutto ciò che possiedono: privati degli anelli che portano al dito, spogliati delle camicie.
I soldati ridono.
Si prenderanno tutto in ogni caso, compreso l’oro dei denti.
Non c’è altra realtà al di là della fitta di dolore che m’invade quando, con la luce del sole che piove dalle finestre su di un letto vuoto, il mondo in cui ho trascorso la mia vita si manifesta, ma io non ne faccio parte
.

Ha rifiutato l’ospedale, si è proposta di dimostrarsi efficiente in casa sua, ma ora con lei c’è soltanto Vercueil, il vagabondo che quando vuole dorme nel suo giardino.

Una pausa.
Eravamo seduti al tavolo di cucina.
- C’è qualcosa che vorrei facesse per me se dovessi morire. Ci sono delle lettere che voglio mandare a mia figlia. Ma solo dopo. Questa è la cosa importante. Tutto ciò che deve fare è consegnare il pacco all’ufficio postale. Farà questo per me?
E’ diventato irrequieto.
- Non può chiederlo a qualcun altro? – ha detto.
- Si potrei. Ma lo chiedo a lei. Questi scritti personali sono l’eredità di mia figlia. Tutto ciò che accetterebbe da questo paese.
Lettere private. Queste pagine, queste parole che se non leggerai ora non leggerai mai più. Arriveranno fino a te? Ti saranno già arrivate?
- Non so – ha risposto l’uomo, il messaggero, mentre giocava col cucchiaino.
Non fa promesse
.

In casa viene ogni tanto Florence, la domestica di colore che aiuta la signora Curren nelle pulizie. Suo figlio e un amico hanno picchiato duramente Vercueil.

- Più ti mostri cedevole, Florence, più i ragazzi agiranno con prepotenza. Continuo a pensare a quello che hai detto l’altro giorno: che non ci sono più padri né madri. Non posso credere che tu ne sia convinta. I bambini non possono crescere senza madri e padri. Tu te ne lavi le mani e loro si trasformano nei figli della morte.
Florence ha scrollato la testa. – No – ha detto con fermezza.
- Ma ti ricordi quello che mi hai raccontato l’anno scorso, Florence, hai visto una donna andare a fuoco nei sobborghi e quando ha gridato aiuto, i bambini si sono limitati a sghignazzare e hanno gettato altra benzina su di lei. Mi hai detto: Non credevo di poter vedere una cosa simile in vita mia.
- Sì l’ho detto, ed è vero. Ma chi li ha fatti diventare così crudeli? Sono i bianchi che li hanno resi crudeli! Loro!
Mi ha rivolto uno sguardo acceso.
Ho toccato dolcemente la sua mano.
Ha sollevato il ferro.
Sul lenzuolo era comparsa l’ombra marrone di una bruciatura.
Nessuna pietà, ho pensato: una guerra spietata alla quale non vorrei assistere
.

Non è facile per nessuno dei due, né fila liscio.
Ma un giorno la signora Curren esce a fare una passeggiata con Vercueil. Noi la seguiamo.

- Non mi sono ancora del tutto arresa. Sto cercando ancora qualcosa per cui valga la pena di vivere. Lei ha dei suggerimenti?
Vercueil s’è rimesso il cappello, se lo è sistemato per bene, prima davanti poi dietro.
- Mi piacerebbe comprargliene uno nuovo – ho detto
.

La rivolta non risparmia nessuno.
Il figlio di Florence muore negli scontri, ma aveva una pistola della signora Curren e ha passato qualche notte in casa sua con dei compagni.
Le tocca l’intervento delle polizia.

Ha tirato fuori dalla tasca un registratore e lo ha posato sul letto accanto a me.
- E dov’è il figlio della sua domestica?
- E’ morto e sepolto. Sicuramente sa già queste cose.
- Che cosa gli è successo?
- Gli hanno sparato laggiù, nella zona dei Flats.
- E ce ne sono altri che lei conosce?
- Altri cosa?
- Altri amici.
- Migliaia, milioni. Più di quanti lei riesca ad immaginare.
- Intendevo, altri di quel gruppo. Ce ne sono altri che hanno usato la sua casa?
- No.
- E come sono arrivate quelle armi nelle loro mani?
- Quali armi?
- Una pistola. Tre detonatori.
- Non ne so nulla di detonatori. Non so neanche cosa sia un detonatore. Ma la pistola era mia.
- Gliel’hanno rubata?
- Gliel’ho prestata. L’ho prestata al ragazzo, a John.
- Gliel’ha data lei? Era la sua pistola?
- Sì.
- Perché gli ha dato la pistola?
- Perché si difendesse.
- Perché si difendesse da chi, signora Curren?
- Perché si difendesse dagli attacchi.
- E che tipo di pistola era, signora Curren, può mostrarmi il porto d’armi?
- Non ne so niente di tipi di pistole. L’ho avuta per molto tempo, prima che saltasse fuori questa storia dei permessi e del porto d’armi.
- E’ sicura di avergliela data? Sa che stiamo parlando di un reato perseguibile.
Le pastiglie cominciavano a fare effetto.
Il dolore della schiena pareva già più distante, gli arti cominciavano a rilassarsi, l’orizzonte si allargava di nuovo.
- Vuole davvero proseguire con queste assurdità? – ho detto.
Mi sono sdraiata e ho chiuso gli occhi.
- Stiamo parlando di persone morte, non potete più fargli niente adesso. Sono salvi. Avete avuto le vostre esecuzioni, perché preoccuparsi di un processo? Perché non dichiarate il caso chiuso, invece?

Siamo nell’89.
Il medico ha sbagliato qualcosa.
Infatti arriva il 1991 e la signora Curren è ancora viva, a dispetto della diagnosi.
Nelson Mandela diventa presidente, l’aphartheid si avvia rovinosamente alla conclusione che merita, lei arriva in tempo a sentire alla radio la voce africana del profondo popolo nero scandire l’ubuntu durante i processi della Truth and Reconciliation Commission, il tribunale incaricato di accertare le verità criminali degli anni dell’aphartheid e trovare una forma di possibile accordo, di riconciliazione, a cui i neri aderiscono in nome dell’ubuntu, un’antica saggezza che si può tradurre in “I am what I am because of what we all are” (sono quel che sono per quello che tutti siamo), una difficile riconciliazione che senza essere idealizzabile, però è riuscita, ha evitato massacri, vendette, e la galera per una parte talmente vasta del paese, che il Sud Africa non se lo sarebbe potuto permettere.
Anche la figlia della signora Curren ha sentito Mandela alla radio dire che non è la terra che ci appartiene, ma siamo noi che apparteniamo alla terra, quindi può tornare a trovare la madre nel suo paese libero dall’apartheid, dal quale era andata via per sempre, disgustata dalla prepotenza dei bianchi, ma emotivamente consapevole di essere africana.
La signora Curren si prepara ad andare all’aeroporto a riceverla, ha strappato la lettera che le ha scritto quando credeva di dover morire nell’89, in un paese ancora strozzato dall’ingiustizia e incerto sulla possibilità concreta di rovesciare l’apartheid.
Strappa una delle lettere che aveva scritto a sua figlia, forse la più amara e disperata, sorpassata dalla Storia.
Mentre le fiamme torcono la carta, la ingialliscono e la dimenticano, riusciamo a buttarci sopra un occhio.

Nel tempo che mi resta, ho frugato tra le fotografie che mi hai mandato dall’America nel corso degli anni, osservo ciò che appare sullo sfondo, in quella dei bambini in canoa per esempio, i miei occhi vagano dai loro volti alle increspature d’acqua sul lago, al verde cupo degli abeti, per tornare a posarsi sull’arancio dei loro giubbotti gonfiabili, che sostituiscono i vecchi braccioli.
Un parco divertimenti lo definisci sul retro della fotografia: il lago addomesticato, addomesticata la foresta.
Dici che non vuoi altri bambini.
La linea si estinguerà con questi due ragazzi, semi piantati nelle nevi del continente americano, che non affonderanno mai.
Persino io, che vivo sulle rive di acque che inghiottono uomini robusti, dove l’età media diminuisce ogni anno, sto morendo di una morte priva d’illuminazioni.
In che cosa possono sperare questi due poveri ragazzi, non certo dei privilegiati, che remano in quel parco divertimenti?
Moriranno a settantacinque o a ottantacinque anni, stupidi come quando sono nati.
Desidero la morte dei miei nipoti?
Giunta a questo punto stai gettando via la pagina, disgustata?
Vecchia pazza! stai gridando?
Non sono nipoti miei.
Sono troppo lontani per essere bambini miei in ogni caso.
Non mi lascio alle spalle una famiglia numerosa.
Una figlia. Un consorte e il suo cane.
No certo, desidero che i tuoi bambini vivano.
Ma non saranno le ali che gli hai assicurato intorno al corpo a garantirgli la vita
.

Mandela li ha fatti sorridere tutti, le strade ancora piene di paura, ma anche di speranze che riuniscono gli oceani.
La figlia sta per arrivare.
Vercueil ha preparato la macchina, che senza di lui non si mette mai in moto, per andarla a prendere all'aeroporto.
Entra in casa.

Quando si tratta di risoluzioni definitive, non dubito più di lui in alcun modo.
Io sono caduta e lui mi ha sostenuto.
Non è lui ad essere caduto nelle mie mani quando è arrivato, ora lo capisco, né io sono caduta nelle sue: siamo caduti l’uno sull’altra per reciproca elezione, incespicando e sollevandoci, volando e ricadendo in basso.
Tuttavia lui è ben lungi da essere una nutrice, un nutrimento, come io immaginavo.
E’ una creatura arida.
Ciò che beve non è acqua, ma fuoco.
Il suo seme sarebbe arido, secco e bruno come polline o come la polvere di questa terra.

- E’ venuto il momento? – ho detto.
Sono tornata a letto, reimmergendomi nel tunnel sotto le lenzuola fredde.
Vercueil si è aperto un varco tra le tende; è entrato dopo di me.
Per la prima volta non ho sentito alcun odore.
Mi ha presa tra le braccia stringendomi con vigore, così che il respiro mi ha abbandonato in un istante.
Non v’era tepore che potesse venire da quell’abbraccio
.

(The Age of Iron, J.M. Coetzee)

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I link elencati qui sotto sono quelli che rimandano a Vercueil:

Commenti

palmasco, davvero, davvero, sono senza parole.
Non ho letto The Age of Iron (che a questo punto non potrò perdermi), ma questo rende il gioco ancora più significativo, più (in)visibile.
Devo ammettere, e non per circostanza né per gratitudine, che le parole non ci sono perché ho letto il finale in apnea, privo di fiato.
Non potevo respirare, e non so spiegarlo meglio di così.

bravo in maniera "imbarazzante", come a dire BRAVISSIMO, con ammirazione, g*

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