« j. on the rocks | Principale | cane di paglia »

29/11/2005

Commenti

io

non mi piace il

"Credo che nevicasse" seguito dal verbo presente.

zwie

Sì, preceduto e seguito. Molto interessante.
(Tra parentesi: sto leggendo le prime pagine dell'ultimo libro di Cunningham, strapiene di congiuntivi e condizionali. Struttura ipotetica della narrazione - da non confondere con 'narrazione ipotetica' o con 'ipotesi di narrazione' ecc ecc ecc.
*Natura* ipotetica della narrabilità)

palmasco

Premesso che non voglio in alcun modo contestare il tuo giudizio, né provare a rovesciarlo, dare una risposta è abbastanza complesso.
Se non rispondessi sarei cristallino, qualsiasi cosa provi a dire invece potrebbe essere usata contro la mia apparente imperturbabilità, alla quale tutto sommato tengo; ma il silenzio in fondo è contrario al mezzo che usiamo per incontrarci.

Proverei allora a dare qualche indicazione sulla scelta di materiali, tanto per spostare la discussione dal piano del giudizio estetico a quello del problema costruttivo.

Ho bisogno che le cose abbiano volume, in generale e in questo caso in particolare: come avrai notato nel finale Blasco sparisce al semplice svoltare di una passeggiata.
C'è bisogno di spazio perché il vuoto in cui sparisce Blasco sia concreto e percepibile anche per il lettore, perché il lettore provi qualcosa di vicino al dispiacere.
Per avere lo spazio per il vuoto, occorre uno spazio bello pieno, dove il vuoto risalti quasi dolorosamente, quindi ho bisogno di molti particolari ben definiti che delimitino lo spazio di cui parlo, ed ecco i fiocchi di neve sul cappello, la descrizione della qualità del passo di Blasco, la localizzazione geografica estremamente precisa.
Ecco... nel racconto ci sono delle cose e ci deve essere il vuoto come cosa, uno spazio complesso, che per essere rappresentato ha bisogno di volume.

Ho notato, soprattutto nella letteratura anglofona, ma anche nelle conversazioni private con gli americani, che il passaggio brusco al presente è proprio una formula linguistica generale, usata già a livello di scambi nella vita quotidiana.
Mi fa un effetto forte: la storia in corso, degli imperfetti e dei passati che riferiscono qualcosa, per un attimo viene sospesa per esplodere in un solo particolare che (nel migliore dei casi) comincia ad esistere, qui davanti a noi.
Questo è l'effetto che fa a me, ma credo sia una reazione abbastanza generalizzata, se poi la formula linguistica si è affermata nel linguaggio parlato, quello di tutti i giorni.
Tempi e spazi diversi si sommano e si distinguono, per aggiunta e per contrasto, per affinità e dissonanza.
Non soltanto l'effetto è bello, ma non riesco a trovargli definizione più precisa e puntuale, che chiamarlo volume.

L'effetto è aumentato da quello che zwie qui ha chiamato la struttura ipotetica.
C'è fin dalla prima riga un narratore confuso, o forse soltanto distratto... si trova per strada, sotto la neve, e non sa nemmeno se nevica o no, il suo condizionale ovviamente non è relativo al tempo metereologico, ma al suo livello d'attenzione.
D'improvviso, qualcosa in un passante lo riporta al presente.
Appunto: al presente.
Non potevo che raccontarla così, mi pare.

Grazie a tutt'e due, ho apprezzato i commenti e mi sono divertito a rintracciare certi processi e raccontarli, ciao, p

untitled io

comunque io ti vorrei una mela
(cfr Mogol)

demetrio

io metterei: "credo nevicasse".

E' più incisivo e suona meglio, perché "credo che nevicasse" ha troppe "c" che si mischiano e cozzano, e mantiene appieno le intenzioni che ti hanno spinto a usare il tempo presente.

Quando scrivevo Il pasto grigio, ho usato questo ordigno narrativo di passaggio repentino dall'imperfetto al presente.
Come se la cosa si materializzasse davanti al lettore di botto, inaspettata.
L'ho usata soprattutto quando il protagonista si rivela per quello che "è".
Quando in un certo senso si fa presente al lettore.

d.

untitled io

(pure a te ti vorrei una mela, d.)

demetrio

ma poi diventa un discorso peccaminoso.

d.

Effe

secondo me dovresti usare un altro font.

Scherzo, eh.

Mi pare incida come coltello la frase "ma non attacca".
Sembra (è) riferita alla neve, ma richiama il significato di "con me non attacca".
Coem se il narratore non aderisse alle cose (o viceversa), come se non le credesse.
Come se non credesse neppure a Blasco.
E infatti sparisce, dietro un angolo.

E' un atto di distacco, di difesa?

palmasco

Ma che bel lettorino che mi è diventato, mister F...!
Hai colto in pieno il punto chiave del post.

Non mi resta che aggiungere qualche nota sui materiali, anche se non tutti sono d'accordo :-)

Il mio post era molto più lungo.
C'è tutta una seconda parte nella quale Blasco diventa evanescente, passo dopo passo in modi e per ragioni varie.
Ci avevo lavorato molto.

Mi serviva però uno stacco maggiore tra la passeggiata e l'inizio dello svanire.
Lo stacco m'è venuto di tipo linguistico, fonetico: due righe assonanti (fiocca fitto/ma non attacca) che allora mi sembravano perfino onomatopeiche, ora meno.

Lo stesso campanello che ha suonato per te nella seconda frase, ha suonato per me nella stessa maniera: in fondo che Blasco sparisca significa che non attacca, significa non solo che sparisce dalla vista e dalla mente al semplice voltare di una strada, ma in questo ricorda uno svanire che a volte è molto più tragico, quello di certe idee o brandelli di narrazione che covi per tutta la mattina, che cerchi di costruire in un angolo del cervello, che poi spariscono sventatamente in un semplice batter d'occhi, spesso senza nemmeno una ragione, dandoti un lutto acuto e profondo per quanto, per fortuna, temporaneo.

Secondo me è un'esperienza interessante a proposito della scrittura, per questo ho aggiunto la notazione personale.
Spesso è il testo che ti porta verso dove volevi e dovevi andare, soprattutto se tu stesso lo sai ascoltare mentre lo fai, come è successo in questo caso.
E' la differenza tra usare il testo per andare dove volevi, e affidarsi al testo come un'esperienza totale, emotiva e non gratuita: quando hai finito di scrivere la sensazione di non aver colto il punto, infatti, non è per niente indolore.

E' chiaro che quando ho scritto l'analogia tra la sparizione fisica di Blasco e la sparizione del personaggio dalla mente dell'autore, a quel punto ho buttato via senza rimpianti tutto il resto, perché l'idea centrale così è già stata espressa, secondo me viene fuori molto più forte.

un saluto anche a unts e demetrio per i quali non ho risposte. ciao, p

Effe

quindi c'è una scrittura che non ha aderito al racconto, è scivolata via, senza attaccarsi, e quel che rimane è l'essenziale, è il vero rivelamento (anche per l'autore).
Vedo che nel mio commnto precedente ho iniziato parlando del termine "attacca" e ho concluso, involontariamente, con "difesa".
Attacco e difesa.
E in mezzo (o ai lati) la tua scrittura.

I commenti per questa nota sono chiusi.

New York

Los Angeles

La mia foto
Blog powered by Typepad
Iscritto da 02/2004

shinystat