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02/02/05

monologo su di un editore online

Nei commenti a questo post di Effe su Herzog, una polemica sanguigna, e piuttosto sterile (ma di quelle in cui s’incappa sempre, prima o poi, quando si scrive con precisione appassionata) ha sepolto una questione molto interessante posta da Squonk:
La scrittura è fatta da persone, quindi come può esistere un luogo di sole scritture? Caro Effe dev’essere una tua illusione, anche se di quelle che ci piacciono, ma questo purtroppo non basta chiede in sostanza Squonk (o sbaglio?)
E tu, Effe, rispondi: sacripante! è quel luogo, e l'abbiamo dimostrato, contano le scritture e non le persone.

Davvero?
A me, caro Effe, non sembra che sia così.
Non solo, ma credo che dall’impostazione che si dà alla risposta, derivi (o sfugga) la questione della responsabilità editoriale.

Se sacripante! fosse il luogo di sole scritture che dici, rispetto alla loro realtà assoluta tutti noi lettori non saremmo altro che interpreti del testo, compreso l’autore, e voi, voi della redazione che pensandolo avete offerto il luogo, non potreste che essere interpreti di un grado diverso, diciamo sacerdoti – anche senza il vostro consenso e senza il desiderio di usare o abusare del grado.
Ne segue che Io lettore sarò libero di interpretare il testo come voglio, ci mancherebbe, ma saranno i sacerdoti a decidere il template, cioè il tono (farsa, tragedia, commedia, documentario, leggenda) e l’importanza (maggiore o minore) delle scritture che prendo in considerazione, determinandone il senso in modo definitivo e gerarchicamente superiore al mio.
Dunque potrei trovarmi dei sacerdoti - che certo non siete voi –, per fare un esempio concreto, che mi dicano: sì, la scrittura a cui ti riferisci è scandalosa come dici, ma non vedi che è una farsa? Sì le parole sono offensive, ma non vedi che lo sono per attirare l’attenzione e non per offendere?
Non siete e non sareste voi sacerdoti di questo genere, ma le tentazioni offerte dall’opportunità sistemica esistono e sono temibili.

A me invece pare, insieme a Squonk tra gli altri (per esempio, tanto per stare sull'attualità, mi sembra il senso di quello che dice Mozzi nella seconda parte della risposta a Genna), mi pare che con le scritture vengano sempre anche le persone, e che quindi succeda lo stesso in sacripante! - e direi che lo prova il fatto che in ogni scrittura, in ogni singolo testo, si avverte e si distingue l’epoca di provenienza, che finisce per essere una caratteristica distintiva del testo, che spesso ne fa la bellezza, e che a volte viene chiamata da alcuni la voce dello scrittore, che quindi rappresenta e appartiene all’identità di ciascun testo.
Per fare un esempio concreto, alcuni lettori possono essere attratti, anche senza saperlo, dai temi e dalla lingua nelle scritture di primo novecento, per esempio, ma specialmente se trattati dalla penna di Proust, eccetera eccetera.
Scrittura e persona quindi, secondo queste idee, vanno insieme.

Ne consegue che voi redazione, senza potere più essere i sacerdoti di scritture, siete responsabili – legalmente non so, ma qui non c’importa affatto – siete responsabili di fronte al lettore dei testi nel vostro spazio, proprio perché le scritture appaiono per l’incontro di persone con persone.

In questo senso caro Effe, per concludere, secondo me l’incidente che ti è capitato non è affatto casuale, sia pure nella sua banale ingiuriosità.
Non è casuale perché afferma in modo chiaro, sia pure in termini inutilmente sgradevoli, il bisogno e la necessità di distinguersi in quanto persona in uno spazio e da uno spazio che riguarda le persone, che invece ha cercato di pretendere che non sia così - sia pure per motivi utopistici - uno spazio nel quale i limiti non sono stati sufficientemente enunciati.
Non perché i limiti servano ad escludere, ma invece perché la chiarezza delle sfumature serve piuttosto ad includere, specialmente quelli che per partecipare hanno il bisogno e la necessità di distinguersi ad ogni costo (necessità e bisogno criticabili, se vuoi, ma sui quali non possiamo certo dare alcun giudizio), individui il cui contributo altrimenti va perso, come dimostra l’incidente che ti è capitato.

Del resto e non a caso, e secondo me per lo stesso equivoco di fondo, cioè l’utopia di presentare scritture e non persone, e quindi di non avere il bisogno di tracciare i limiti, una polemica molto simile, accesa e forte di persone, è scattata immediatamente sul Manteblog, l’unico altro luogo dove finora s’è provato a parlare di sacripante! non soltanto nei termini augurali che gli spettano, ai quali mi associo anch’io, che oggi ho provato a discuterti.
Ciao, palmasco

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Di seguito i weblog con link a monologo su di un editore online:

» Sintetizzando su Brodo Primordiale
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Commenti

Visto che il commento di ieri sera è stato fagocitato dal software, ci riprovo.
Concordo, Palmasco.
Non mi addentro sulla questione della responsabilità editoriale; mi limito a dire che quello che è successo DOVEVA succedere, date le premesse. Qui (nella blogosfera, o almeno in quella sua porzione che noi frequentiamo) non siamo prezzolati. Facciamo quello che facciamo perchè ci va, per passione, per piacere. La scrittura è qualcosa di intimamente nostro, che non può essere disgiunta da noi stessi. Ecco perchè trovo illusoria e infondata l'idea che possa esistere un luogo delle scritture dove queste vivano di vita propria - e gli autori che se ne stiano pure al bar.

Sì e no. Sì perché è intrinseco nell'espressione scritta essere espressione della persona che la crea, no perché devono esistere ed esistono luoghi dove le scritture si aggregano e parlano affiancate, da pari. Una rivista è proprio luogo di questo genere, mi è sembrato di capire tra le righe della dichiarazione di intenti del Sig. F.
D'altronde, il blog è anche espressione distillata di autopompismo, inevitabile che certi atttriti scoppiassero.
Si potrebbe e dovrebbe obiettare però "Cara/o blogger e autore che ti reputi specialissimo e peculiare, se vuoi restare distinto e specialissimo, stattene a casa tua, o viceversa crea il tuo spazio editoriale in rete dove fai e disfi a piacimento."

No, perché quando una cosa è davvero scritta (cioè quando non è più un appunto, un esperimento, uno sbocco di parole, ma una cosa conclusa, sia essa un articolo o una poesia o un romanzo di mille pagine), questa cosa non è più di chi l'ha scritta, si allontana da lui. La pubblicazione recide un legame, e questo legame è proprio fra la persona in carne ed ossa che l'ha scritta, e le parole "finali" che leggono gli altri. Quindi esiste sì, la responsabilità di chi quella cosa pubblica, ma si tratta appunto di responsabilità DELLA COSA, del risultato di un'azione per così dire, non dell'azione prima in se stessa. Azione (quella dello scrivere) la cui responsabilità rimane in capo al solo autore: l'editore (online o offlline che sia) è responsabile dello scritto (del prodotto) e della sua diffusione, non dello scrivente (dell'artefice), perché le due entità si separano nel momento stesso della pubblicazione. Insomma lo scrittore scrive, l'editore pubblica, la scrittura è la scrittura, cioè un oggetto che reca in sè tracce dello scrivente - solo tracce però, perché lo scrivente se n'è andato. Aggiungo che nel proprio blog lo scrivente non se ne va mai, mentre invece quando affida un suo scritto a un editore, sia pure online, a un certo punto prende la porta e se ne va. Se ne va. Va da sè che l'editore può pubblicare uno scritto e rifiutarsi di pubblicarne un altro, anche se i due scritti sono della stessa persona.

concordo con untitled, però.

però penso che sia necessario anche dire che il concetto di 'scritture', come quello di 'voci', come quello di 'stile' si presti troppo ad una intrepretazione intelletualistica. Io credo che sia questa la cosa da cui si debba fuggire.

potrei dire questo: ogni cosa scritta, che viene scritta con un intento di comunicazione, di narrazione, è letteratura: ogni volta che noi prendiamo la penna e decidiamo che vogliamo raccontare una storia a qualcuno; questa è letteratura.
Questo perché non dobbiamo dare un giudizio estetico per definire ciò che è ciò che non è letteratura. Esiste poi un racconto brutto, che, però, continua a far parte di quell'insieme, che è la letteratura; oppure al contrario esiste un racconto bello: entrambi, comunque, vivono della medesima tensione, obbediscono entrambi a certe leggi, regole e quant'altro.

Privilegiare le 'scritture' a me sembra un escamotage per non tener conto di tutto il ragionamento che ho fatto prima.
Scrivere un racconto è essenzialmente mettersi in relazione, e quindi - qui arrivo alla parte del discorso di untitled che condivido - le cose che scrivo nel momento in cui le 'licenzio' non sono più altrettanto mie, diventano anche qualcosa che occupa e preoccupa il mio editore o il redattore di una rivista, e infine il lettore.
In questo atteggiamento, c'è il gesto, fondamentale per uno scrittore, della gratuità.

Non mi convince la presenza dell'autore nel blog, invece, anche in quel caso nel momento in cui io posto un racconto, beh, da quel momento il racconto è di tutti, di chi lo vuole leggere per poi dirne bene o denigrarlo.

d.

Palmasco, ho idea che dovrei meditare un po' di più la risposta. E invece.
Mi piace che su questa cosa si abbia idee profondamente diverse: il confronto è sempre stimolante, lo specchio non tanto (in ispecie al mattino presto)
Inizio dal concreto, e forse mi ci fermo.
Leggi, se non l'hai fatto, il primo pezzo della sezione contrAppunti, il Catalogo dei mari.
Per me è un pezzo bellissimo.
Visionario.
Conoscevi già l'autrice, manginobrioches?
Poniamo di no.
In cosa ti aiuta o ti limita, nella lettura del suo contributo, il non sapere chi è la persona che l'ha scritto?
Credo in nulla.
C'è la sua scrittura, e basta - ed è una presenza forte che riempie tutto lo sopazio, non c'è bisogno d'altro.
L'autrice è razzista, fa traffico d'organo di bambini e maltratta le vecchiette.
Ora, con questa nuova consapevolezza, rileggi il brano: manca qualche parola, rispetto alla prima lettura? Si è spostato un capoverso? E' cambiato quel mondo, quello creato in poche righe?
Secondo me no.
Io non ho invitato a scrivere solo blogger le cui opinioni condivido. Ho invitato blogger che avevano, a mio giudizio, capacità di scrittura. AL diavolo il resto.
Per il futuro, spero di poter pubblicare soprattutto blogger sconosciuti. Non mi interessa chi sono, mi interessa cosa scrivono, come lo fanno, qual'è il gesto del loro racconto, il ritmo, il respiro.
Ora, considera la casa editrice Untitl.Ed.
Non so se le cose sono cambiate, ma all'inziio si supponeva l'edizione di libri senza il nome dell'autore in copertina.
Non stiamo dicendo, allora, la stessa, stessissima cosa?

n.b. Non sono proprio sicuro, su quella cosa del traffico d'organi, magari non è vera

e datemi un correttore ortografico per i commenti, di grazia

Vediamo un attimo di capire, visto che sono interessato a questo, più che a sterili polemiche.

Dunque. Si dice che un luogo di sole scritture è semplicemente impossibile. Ciò perché la scrittura è sempre fatta da persone. Ergo: le persone precedono (o sovrastano) qualsiasi scrittura.

Bene. Anzi: male, malissimo.

Amesso questo ragionamento, si potrebbe dire che non può esistere un luogo di sola parola, perché prima ci sono le persone; come pure che non esiste un luogo di sole azioni, perché ci dovrà pur essere qualcuno che dovrà agire; ecc...

Ed è a questo punto che inizio a dubitare delle mie capacità di comprensione. Come si può, mi chiedo, soffermarsi così a lungo su una tale ovvietà? Certo che per scrivere è necessario vi sia una persona che scriva! Qualcuno aveva per caso dubbi a riguardo? Non ci credo. Sì? Ehm...

Scherzi a parte (perché si sta scherzando, vero?), l'unica questione ragionevole che intravedo è questa: è possibile dare la possibilità alla scrittura di acquisire o meno un valore ed un senso senza che prevalga o sia dominante il pregiudizio che automaticamente conferisce un valore prima alla persona, e solo dopo alla qualità/importanza/significato di quello che la persona stessa ha scritto?

L'Herr intendeva questo, credo. O qualcosa di simile.

E comunque sia, andrà bene comunque.
Basta scriverne.
Forse.

MassimoSdC

PS IMPORTANTE - Per dovere di cronaca, queste righe le avevo scritte ieri, e le pubblico solo oggi pur trovando imbarazzante la sempre più frequente assonanza di pensiero con l'Herr Effe. Che qualcuno cambi il suo modo di pensare, quindi. Oppure lo inciti a mentire spudoratamente. No, è che altrimenti rischio di ripetere quello che lui scrive, di annoiare e di annoiarmi. ;-)

Ci tengo soprattutto a mantenere il dialogo nella concretezza, come dice qui anche Effe, quindi credo che deluderò molti degli intervenuti, ignorando per problemi di spazio e di chiarezza la maggior parte dei concetti che hanno lasciato qui - vi invito a continuare pure il dialogo in questi commenti se volete, ma io devo sottrarmene.

Se non metti l'incidente con Roquentin sotto il segno di un bisogno violento e incontrollato di differenziazione, sei costretto a fare assunti o dare giudizi sulla sua persona, che secondo me nessuno si può permettere e soprattutto, non sono utili.
In altre parole: o il gesto di Roquentin è il sintomo di un bisogno di identificarsi in quanto individuo, oppure Roquentin è... (insulto a tua scelta) - con la seconda opzione non accettabile in un dialogo civile e costruttivo.
Puoi ignorarlo, oppure chiederti perché tale sintomo sia esploso proprio nel contatto con sacripante!

Ammettiamo subito che Roquentin possegga in grado eccessivo il bisogno di differenziarsi, - che in quanto individui, in misura maggiore o minore appartiene a tutti - rimane e rimarrà comunque un certo grado di responsabilità della rivista, e della redazione nell'avere scatenato tale bisogno fino a livelli nocivi: nocivi al dialogo, viste le conseguenze che hanno portato, e nocivi alla rivista stessa, che si vede privata delle scritture, o della scrittura di un autore per sua stessa ammissione interessante.
In altre parole Roquentin sarà pure un fanatico della propria individualità, ma sacripante! ha qualcosa, o le manca qualcosa, che l'ha messo in condizioni di non potere più controllare gli aspetti più estremi del suo fanatismo.
Se fin qui siamo daccordo, il qualcosa andrebbe definito.

Vi sarebbe potuto capitare un incidente, caro Effe, in cui qualcuno, attratto dall'attenzione che state riscuotendo, dal glamour di nicchia degli accessi e delle segnalazioni, v'accusava di avere rubato un suo scritto, oppure di averglielo respinto per futili motivi, ma non è stato così: vi è successo che qualcuno abbia fatto un gran casino avvalendosi della vostra convocazione, soltanto per dire NO!, IO sono diverso.
(Diverso da che? Per lui non importa.
Non gl'importa nemmeno, come avrei fatto io - per dire - sbattere in faccia a tutti il testo meraviglioso che vi negherebbe, pubblicandolo sul suo blog, perché sia evidente a tutti come, perché, e in cosa lui è diverso, ma non gli è importato).
Avverte, a torto o a ragione, in forma sbilanciata e sintomatica, un'eccessiva mancata caratterizzazione delle persone e delle scritture in sacripante!, e sente l'urgenza di differenziarsene.

Una diagnosi che ti trova daccordo caro Effe, perché dalla tua parte tu confermi che inviti e hai invitato, e inviterai anche persone la cui opinione non necessariamente condividi - ma nessuna rivista, o raccolta di scritture è, o potrebbe essere così veramente aperta e piana, perché per ogni collezione occorre un criterio minimo, per quanto aperto ed ampio, di raccolta.
(A meno che qualcuno non inviti un'opinione e il suo contrario, per giusta e ormai acquisita necessità di cronaca, ma questo non significa invitare tutti indiscriminatamente).
Ogni raccolta, di scritture in questo caso, ha un criterio generativo che giustifica la propria esistenza, altrimenti scusa: perché si raccoglie? Perché si attrezza uno spazio? Perché si fa una rivista on blog quando chiunque può leggere quei blog?
(Infatti una delle critiche serie che vi hanno fatto in giro, è un certo spaesamento nel leggere la rivista, ovvero non si capisce dove sia la differenza rispetto alla normale lettura di una serie di blog diversi tra loro - critica che per me ha una certa notevole fondatezza.
Né il vostro progetto si può paragonare ai vari aggregatori di G. Guru Granieri per esempio, che sono organizzati secondo un criterio e una finalità diversi).

No, le persone stanno con le scritture, non nel senso banale che vorrebbe attribuirmi, non so perché, Massimo qui sopra, ma nel senso che se manginobrioches fosse la persona che ipotizzi - solo per i fini del ragionamento, é ovvio, quindi senza alcuna reale accusa nei suoi confronti, è ovvio (sic) - tutti utilizzerebbero i commenti di sacripante! per parlare dei suoi crimini, invece che delle scritture, e voi per questa ragione, per non rischiare che vi accadesse, non l'avreste chiamata a pubblicare, per non vedervi rovinato tutto il lavoro.

Le persone stanno con le scritture anche in un senso più profondo: ci vuole infatti una persona per prendere le scritture del proprio tempo e farle avanzare di quel tanto che consentirà anche ad altre persone, nate dopo di lui, di scrivere - come hanno dimostrato tutti gli storici seri della letteratura, tanto per scegliere il caso più clamoroso, non ci sarebbe stato il romanzo, nel quale si sono espressi in tanti, se Cervantes non avesse pensato e provato che le avventure di un cavaliere riunite insieme, avrebbero dato una ben diversa prospettiva sul cavaliere stesso, sulle letture di cui si nutre, e sulle precedenti letture del genere, di quanto non desse fino a quel momento l'abitudine di narrare come si faceva.
Ora... avrebbe potuto essere qualcun altro al posto di Cervantes, è vero, ma non il nome è importante, quanto che si sarebbe sempre trattato di una persona, in altre parole quella scrittura esiste perché è esistita la storia di Cervantes, quella paarticolare storia e non un'altra - questo non ha nulla a che fare col problema del possesso della scrittura una volta licenziata dallo scrittore, di cui parla qui sopra Untitled.

A questo proposito, per risponderti, ti dirò "privatamente" che personalmente considero la mancanza dell'autore in copertina una bizzarria, per fortuna piuttosto innocua, ma che le case editrici prendono decisioni che giustamente travalicano le singole opinioni, come immagino tu sappia.

In fondo se non fosse stato per Squonk, l'incidente di cui parliamo avrebbe rovinato la festa d'esordio di sacripante!, costringendoti nelle mura asfittiche di quella polemica sterile, nata, come dimostra l'incidente stesso, dalla sopravvalutazione dell'indipendenza delle scritture dalle persone - almeno questo è quanto ho cercato di dire qui.
ciao e grazie a tutti quelli che sono intervenuti e lo faranno ancora.

permettimi, Palmasco, di non ritornare sulla persona che tu citi. Ho già spiegato i motivi della sua esplosione, che attengono al bisogno non di differenziarsi, ma di apparire.
Qui mi fermo, se vuoi possiamo riparlarne in privato.
Se per il numero uno tutti gli intervenuti sono stati invitati (com è ovvio), dal numero due una buona parte dei pezzi veranno scelti tra i contributi inviati spontaneamente dai lettori
Sto leggendo alcuni di questi pezzi, e per nessuno di essi mi domando Chi l'ha scritto?Che storia ha dietro?
Mi chiedo invece COME è scritto? Che storia ha DENTRO?
Quanto all'incidente di percorso, io affermo l'indipendenza delle scritture dalle persone, non l'indipendenza delle persone dalle scritture - questo, probabilmente, è la parte sopravvalutata (dalle persone, certo, che possono esser ben più fallaci dei loro scritti).
In ogni caso, credimi, la festa non è stata rovinata nè da questo né da altri episodi, per altro minoritari (che comunque ho considerato).

Quanto all'equivalenza rivista-blog, eh no, qui scuoto la chioma (invero, quanto ne resta)
Credo che l'unico raccordo tra i blog e sacripante! siano le persone leggi: i blogger) che vi scrivono (ma ho già detto che conta molto poco)
Poi,
le scritture sono diverse,
diverso il contesto,
la linea editoriale,
la divisione tematica o atematica,
la selezione da parte di una redazione,
l'eventuale editing concordato,
la mancanza di link,
l'assenza dei commenti,
l'impaginazione.
Dimmi tu, ora, dove sono gli elementi di sovrapposizione.
sacripante! non è un blog, o una raccolta di blog, così come un libro scritto da giornalisti sarebbe un libro, e non un giornale.
Se sai indicarmi di preciso dove viene mossa questa critica, che mi pare giusto controbattere, ti prego di puntualizzarmelo.

dirò forse una cosa fuori luogo, ma.
ha senso chiedersi: è un blog, non è un blog?
MI spiegate cosa cambia?
me lo chiedo sinceramente.

io continuo ancora a non credere che esistano scritture da blog o scritture fuori blog.

Noto al massimo che possono esserci scritti, scritture, e scrittori che sentono - per certe loro creazioni, racconti o quant'altro - lo strumento blog come insufficente.

l'idea della untitl.ed e di sacripante!, ma penso anche a vibrisse, penso ad un mucchio di altre realtà, credo registri questo fenomeno: c'è bisogno di qualcosa di più.
Di più di un blog?
Forse.


E questo perché avviene? Beh, questo non lo so, veramente.

è come se si avese bisogno di un respiro più lungodi un post; e in un certo senso l'ipotesi di andare su carta, conferma questa mia impressione, e cioé di aver bisogno di un supporto che permetta un altro respiro.

se posso muovere una critica è proprio questa: alcuni contributi suonavano come se fossero "post", (ho notato che questo accadeva per i nomi più noti, mi viene in mente il confuso), mentre se prendi un racconto come quello di manginobrioches, beh, lì c'era un altro passo, un'altra apertura di braccia - se volessimo utilizzare una metafora natatoria.

questo forse perché i noti hanno più difficoltà a liberarsi dalla forma "post" (un po' come certi cantanti che non riescono a fare a meno dello schema strofa/ritornello/strofa/ritornello).

ecco ho detto confusamente, ma ho detto

d.

E' piacevole fare queste discussioni, dalle quali si esce comunque confermati nelle proprie idee.
Per l'Herr è possibile l'esistenza di un luogo delle scritture. Per me no. Questo non mi impedisce di godere di un luogo dove trovo scritture, certo. Ma, siccome son fatto di carne e ossa, se mi capita di avere la consapevolezza di essere a fianco di persone a me sgradite (sia in quanto tali, sia per come esprimono se stesse nella loro scrittura), da quel luogo mi allontano.
Roquentin, in modo eccessivo, volgare e offensivo, ha fatto questo. Lo critico per i modi, ma sono portato a comprenderne i motivi. E spero, con questo, di non essermi giocato l'amicizia dell'Herr (non tanto il contratto per il numero due, chè quello me lo sono già giocato con un'altra scelta che lui sa).

Ho rifatto molti dei passi che ho fatto in questi giorni, riletto post e commenti, ma non ho ritrovato chi ha scritto che sacripante! non si differenzia dalla lettura di una serie di blog diversi, purtroppo.
L'ho sognato, l'ho immaginato, l'ho inventato?
Non credo. Ma non importa.

Ecco, non importa.
Infatti quello che vorrei dirti davvero, a questo punto, è che mi sento abbastanza scoraggiato: tu la rivista la fai e giustamente difendi il tuo lavoro a spada tratta, io non sono qui per criticare sacripante!, tantomeno in linea teorica, come s'è visto non ne ho la preparazione e francamente neanche l'interesse.
Ho visto un incidente e cercato di dare una spiegazione negli unici termini che possono esservi utili: prendendolo dalla parte della vostra responsabilità e trattandolo come il sintomo che descrive la vostra creatura più di quanto non facciano e non potranno mai fare le voci di augurio o di rifiuto registrate fin oggi.

Lasciami dire che i tuoi argomenti mi zittiscono, ma non mi convincono affatto. Mi zittiscono perché io ho soltanto delle sensazioni, difficili da articolare, che mi dicono per esempio che la tua affermazione sulla non sovrapposizione della rivista coi blog è una spiegazione soltanto tecnica, basata su punti formali di nessuna importanza reale, di contro le mie sensazioni di lettura sono molto precise, su sacripante! si scrive come nei blog, e non solo perché gli scrittori sono blogger: chiudi gli occhi e immagina di leggere sacripante! a un ragazzo ecuadoregno che non abbia avuto alcun contatto con internet, vedresti immediatamente come ogni scrittura di sacripante! è fondata su minigerghi che abbiamo acquisito con la pratica dei blog, e che secondo me, purtroppo, fatichiamo ad esportare - ma sono soltanto sensazioni, come posso opporle alla teoria e al vostro lavoro?

Non posso, per questo sono scoraggiato, sono scoraggiato perché la mia non è una logica della contrapposizione, non sono qui per fare prevalere la mia visione, né per subirne un'altra, ho iniziato tutto questo per raccogliere uno stimolo che mi sembrava fertile per voi.

In un certo senso mi trovo già nella posizione che avevo anticipato: sono soltanto un lettore, posso soltanto leggere o abbandonare sacripante!, il sacerdote che ne decide il valore, la collocazione e la funzione sei tu, rileggiti la sequenza qui sopra e in filigrana vedrai benissimo di cosa parlo.
Mi sta benissimo. Ripeto: non sono qui per far prevalere un'idea, sono qui per arricchirla, se posso, se non posso mi godo tranquillamente il buono che c'è nella vostra iniziativa.

Ho solo sensazioni. Ma per esempio la presenza di Lia di Haramlik m'inquieta non poco: fai presto tu a dire che non necessariamente condividete le opinioni di tutti quelli che invitate, ma una rubrica non mi sembra un contributo occasionale né saltuario, mi sembra una collaborazione un po' più motivata, mentre a me quelle di Lia non sembrano affatto idee, cioè opinioni, mi sembra fanatismo di una marca che non mi piace, ma anche di questo posso parlare.
Mi diresti, giustamente, che in quello che ha scritto finora in sacripante! non c'è nulla del genere, che non c'è motivo di ritenere che cambierà, e che finché non succede non possiamo fare processi alle intenzioni. Vero.
Allora stiamo qui a sperare che non scriva anche da voi che si augura la soppressione d'Israele, e se invece lo farà discuteremo dopo che l'incidente è avvenuto, se avverrà.
E se avverrà mi ricorderete che voi non condividete le opinioni di chi pubblicate, e non ne avete quindi responsabilità.
Ed io che ti oppongo: le mie sensazioni?
Ma capisci che quando mi dici che contano le scritture e non le persone mi zittisci, ma non mi convinci.
Questo tanto per dirla tutta, e anche perché sui commenti al tuo post qualcuno ha accennato alle mie stesse perplessità, sullo stesso nome.
(e credi che non sappia che qualcuno proverà a strumentalizzare le mie note, dicendo che provo a inibirvi e di peggio? Ed io che vi oppongo? Le mie sensazioni che siete responsabili di quello che pubblicate, e delle persone alle quali offrite la vostra vetrina? Vi oppongo la possibilità che Lia ripeta da voi i fanatismi che ha scritto da lei, bocciati dalla storia e dai tribunali?)

No vedi, non ho possibilità di replica. Per questo sono scoraggiato.
Non abbiamo nemmeno cominciato e sono già nella posizione del torto, volevo parlare, dare idee, analisi, e sono già nella posizione di chi si vuole per forza contrapporre.
No, di fronte a un luogo di sole scritture, la critica non mi compete, e la contrapposizione davvero non mi riguarda.

Alla prossima, palmasco

non si cosa pùo passare con una rivista che solo ha mostrato il numero uno. Già solo contando col volo involontario della farfalla di Tokio, minimo potrebbe darsi un terremoto. Poi se il numero uno era il sonno, il secondo pùo essere la sveglia

no si sa, dice la prima riga

poi, ho pensato questi giorni a la metafora che invidio molto di untitled, è bella e densa e multisenso e non so si fa parte de la linea editoriale. Secondo ho capito, la cosa è: scrive utile e chiaro. Scrive e che la tua scrittura sia la casa che lasci a un ospite e tu, che scrivi, il libro di instruzione della caldaia che funziona capricciosamente. E misteriosa la metafora perchè secondo questo lo scrittore non si trova in casa e il lettore sarebbe quello che arriva alla città sconosciuta e non c'è nessuno che lo spera e deve camminarla solo di notte

Demetrio,
sul fatto che esistano o meno scritture, al plurale, e non una scrittura monolitica e uguale a se stessa in ogni tempo e luogo, abbiamo idee diverse, e non me ne stupisco.
Quanto al Confuso, permettimi di difenderlo a spada tratta, come dice il nostro ospite. Non lasciarti ingannare dalla forma: le rubriche hanno più o meno la lunghezza di un post per distinguerle dagli altri contributi, che hanno diiversi ampiezza e obbiettivi.
Il Confuso avrebbe potuto scrivere un eleviro con il suo classico stile da blog, sapendo preventivamente di trovare così il favore del suo pubblic; invece ha accettato la sfida di parlare di cose diverse e in modo diverso. Questo è uno degli scopi della rivista, fare luce sulle diversità. Lui è stato coraggioso, e la rubrica andrà delinendosi nel corso delle uscite.

Palmasco,
io sono molto contento di questo confronto, che considero tale e non una contrapposizione. Se ho usato toni sbagliati, tanto da scoraggiarti, questo travalica di certo le mie intenzioni.
Permettimi di chiderti: ma cosa ne sappiamo davvero, QUI DENTRO, delle persone?
Cosa ci illudiamo di sapere?
Conosciamo solo le loro scritture, credimi.
Conosciamo quello che gli altri ci permettono di vedere attraverso la loro scrittura (e forse sono maschere, migliori o volutamente peggiori delle persone che le indossano)
Cosa so, io, di te?
So la tua scrittura.
E tu, di me, cosa sai?
Il giudizio che puoi dare, che tutti possiamo dare, è sempre e solo sulle scritture, perché è in questo luogo di parole che ci riassumiamo, ci trasfigurioamo, ci rappresentiamo.
Ecco, noi siamo solo rappresntazioni, qui dentro.
Allora, di quali persone devo dare giudizio, se queste persone possono anche non esistere, per quel che ne so.
Per quanto riguarda Lia, io so che scrive dal Cairo, DEL Cairo, di una realtà lontana, DIVERSA. E ne ha scritto bene.
Non c'è altro che possa dire (non è che non voglia, è che non è proprio possibile).
Posso dire che questa discussione va ben oltre il fatto della rivista?
Mi pare sia importante averla sviluppata (e non credo sia possibile darne un taglio conclusivo)

Llu, l'immagine della città sconosciuta è bellissima.
E anche l'uso della forma "spera" (esperar= attendere, aspettare, se non sbaglio) che in itliano invece si collega al concetto di speranza.
Lo scrittore che spera il lettore.
Bellissimo

Bellissima veramente l'immagine lasciata da Llu, anche da parte mia un bel grazie.
Una casa nella notte e in un angolo le istruzioni per la caldaia... le case veramente vissute dove anche le porte hanno bisogno d'istruzioni per chiudersi senza riaprirsi subito, e i rubinetti, i fornelli e il proprietario stesso ha bisogno delle istruzioni per aprirsi senza richiudersi subito eccetera eccetera.

Sì certo Effe, la rivista è stata il pretesto per un ulteriore incontro, un'impegnativa per alcuni discorsi che sono nell'aria.
L'attesa di tutti, credo, - ovvero l'esperanza come la chiama Llu, lo scrittore che spera il lettore - è di riuscire a uscire dai nostri gerghi e con la scrittura offrire una lingua utilizzabile.
Dice Coetzee in Elisabeth Costello che in Australia ci sono riusciti, nonostante l'esiguità della popolazione e le condizioni d'isolamento, da noi ancora no, mi pare, e non parlo dei blogger ovviamente, ma dei letterati.
Non ci resta che scrivere?

Mi ha colpito l'immagine diLlu, ma al contrario.
Il lettore spera lo scrittore.
Mi sembra il verso centrale del "lamento del lettore sconsolato". Mi ci immedesimo.

A me è piaciuto tanto quello che scrive dall'India, non mi ricordo come si chiama. Ha scritto una cosa diversa da quelle che scrive nel suo blog, ha parlato dell'insofferenza e della sua alterità, mentre nel suo blog non è mai insofferente né troppo "altro" rispetto alle persone del luogo - forse perché lo considera un blog "di servizio", in qualche modo umanitario. Non so perché lo scrivo qui.

Ho seguito questa interessante discussione e ho scritto alcune considerazioni che riporterò nei prossimi commenti, qui sotto, spezzandoli per comodità in vari punti. Sono considerazioni lunghissime, e chiedo scusa a tutti se occuperanno uno spazio così grande. D'altra parte, penso che certi temi non si possano affrontare con poche battute.

1. Contano le scritture o le persone? Io penso che contino le scritture. La nuova rivista in rete "sacripante!" non l'ha (ancora) “dimostrato”, come afferma Effe, ma semmai contribuirà a farlo, ossia confermerà una tradizione millenaria che è l’essenza stessa della letteratura.
Cervantes non era conosciuto prima di pubblicare il “Don Chisciotte”, è stata la sua scrittura a rendere (relativamente) importante la sua persona. E comunque, oggi anche gli analfabeti sanno che Don Chisciotte ha combattuto contro i mulini a vento, mentre non altrettanti sanno che Cervantes ha combattuto a Lepanto.
Oggi, ci sono persone economicamente potenti che hanno potere di parola (di esprimersi in pubblico, e anche di pagare altre persone affinché queste ultime si esprimano nei loro telegiornali e nei loro giornali). Ci sono altre persone, cioè alcuni comuni cittadini, che un certo potere di parola (infinitamente più piccolo) l’hanno conquistato con le loro parole. Queste persone, dette “autori”, oltre a scrivere libri di fantasia o reportage, sono convocate a volte a dire la loro anche su alcune questioni che varcano i confini della loro opera artistica. Così fece Pasolini, così fece Sciascia, così fece Calvino, così fanno oggi molti “autori”. Secondo me (ma forse sbaglio) combattere questa figura dell’ “autore” significa combattere la possibilità politica che i cittadini disarmati (che siamo noi) hanno oggi di dire una parola di verità, dentro o fuori le loro opere d’arte. Secondo me (ma posso sbagliarmi) ridurre tutto a una questione di narcisismo è fare il gioco di chi detiene il potere di parola (di informazione, di falsificazione): umiliarsi misticamente cancellando il proprio nome non è semplicemente una rinuncia al narcisismo, non è dimostrarsi disposti a rinunciare al “ritorno d’immagine”, al “successo” e alle gratificazioni che vi sono legate. Secondo me significa non prendersi la responsabilità di quel che si dice. Una parola che non è legata a chi la pronuncia è una parola senza forza, una parola abbandonata a sé stessa: nessuno si dichiara coinvolto in quella parola, nessuno è disposto a pagare, a combattere per sostenerla.
Il legame fra l’autore e il suo testo è SIMBOLICO: e attenzione, quando dico simbolico parlo di una cosa concretissima (per esempio, simbolico è il valore di una banconota; il foglietto di cartamoneta in sé vale ben poco, ma non per questo noi ce lo facciamo sfilare di tasca dal primo che passa o lo bruciamo come se fosse carta qualsiasi: “tanto, che m’importa?, è simbolico!”).
Con il suo nome e cognome dichiarato come autore di un testo, una persona compie un atto simbolico di adesione concreta alle parole che pubblica (che propone in pubblico, che rende pubbliche, che offre alla lettura, cioè al “pensiero sotto dettatura”, e alla “deflagrazione emotiva e intellettuale” che ogni lettura causa). Non importa se si tratta di saggi o romanzi, di poesie o articoli: una persona, con il suo nome e cognome, lega la sua responsabilità personale alle proprie fantasie, ai propri giudizi sul mondo, all’esattezza di una informazione, alla plausibilità di una opinione, ecc. Questo secondo me è un punto importante. Secondo me, PROPRIO PERCHE’ CONTANO LE SCRITTURE E NON NOI, noi dobbiamo essere pronti a vincolarci alle scritture, dichiarandoci responsabili di esse con il nostro vincolo autoriale (con il nome e cognome) di persone. Altrimenti le ABBANDONIAMO a sé stesse.

2. Sono d’accordissimo che nostro compito deve essere mettere in discussione in continuazione il dispositivo di potere che investe dello statuto di “autore” certi cittadini e altri no. Ma faccio notare che l’ “autorevolezza” di “autori” come Pasolini, Calvino, Sciascia è stata acquisita da costoro grazie all’autorevolezza delle loro parole. Mi si potrà obiettare che c’è stato un dispositivo di legittimazione da parte della critica letteraria e ideologica di allora (diciamo, genericamente, della cultura italiana di sinistra, come si sente ripetere spesso), che ha DECISO che Pasolini Sciascia Calvino erano “autori”, che le parole DENTRO e FUORI dai loro libri contavano, che quei cittadini avevano diritto più di altri a esprimere le loro fantasie artistiche e le loro opinioni politiche dentro e fuori dai libri ecc., e che quindi anche in quel caso c’era, intorno a loro, un dispositivo di potere che COSTRUIVA il loro status di “autore”, e che dunque non era sufficiente, come si potrebbe pensare ingenuamente, la semplice “autorevolezza” delle loro parole. Contavano le scritture o le persone? O non contava piuttosto il dispositivo di potere che decideva quali erano le persone-scritture che contavano? La domanda resta aperta, e sono pronto a discuterne.

3. Mi ricordo che a Napoli, un anno fa, nell’incontro fra blogger a Galassia Gutenberg, parlavo del blog come una delle cause del salutare tramonto della figura dei Guardiani della Soglia (e noto che è un’espressione che ha avuto una certa fortuna, la stessa redazione di "sacripante!" la menziona nell'editoriale): i Guardiani della Soglia sono il dispositivo di potere che decide chi è “autore” e chi no: editori, direttori di giornali, produttori di film, ecc.
Faccio notare, inoltre, che il vincolo simbolico di responsabilità fra l’autore e le sue parole non è che sia un idillio tutto rose e fiori come si vuol far credere nella versione che sento a volte circolare. Basti menzionare tutti gli scrittori perseguitati ieri e oggi, in Italia e in tutto il mondo, che hanno pagato e pagano con esilio, carcere, tortura, condanne a morte e assassinio l’assunzione di responsabilità simbolica che compiono con il dichiararsi “autori” delle proprie parole. Secondo me, la decisione di deporre il proprio nome a favore di un nomignolo, ha una rilevante conseguenza simbolica, e politica.
Innanzitutto indebolisce le nostre parole.
Poi, sappiamo bene infatti che l’autore non è affatto solo. È affiancato dall’editore. Nella benemerita e interessantissima iniziativa di Untitl.Ed(izioni) di pubblicare autori, ma di pubblicarli senza nome e cognome, io vedo (ma potrei sbagliarmi) una volontà, da parte dell’editore, di accaparrarsi la funzione simbolica di autore. Cittadini bravi a scrivere, notati in rete per il loro talento nello scrivere, vengono chiamati da Untitl.Ed a scrivere un libro su commissione: ciò che conta per l’impresa Untitl.Ed non è quel che hanno ideato loro in totale autonomia, non conta quel che come singoli hanno ideato da soli, e che POI hanno deciso di proporre a un editore, ossia alla comunità, attraverso la pubblicazione; conta quel che faranno su chiamata e stimolo dell’editore.
Io credo che nella letteratura ci sia un valore importantissimo, decisivo: è il singolo che decide che cosa va detto, che scrive il suo libro, che mette insieme le sue parole, che sceglie di parlare d’amore mentre c’è la guerra o di guerra mentre intorno tutti si sbaciucchiano, oppure sceglie di parlare di guerra mentre intorno a lui c’è la guerra: e, ancor prima di scegliere il tema, sceglie di COMPIERE L’ATTO DI PARLARE DAVANTI A TUTTI (di pubblicare) attraverso la scrittura, che è un modo di parlare anche quando si è assenti, anche quando l’autore non è fisicamente presente. È il singolo che si cerca un editore perché ritiene di avere qualcosa di importante da dire (che può essere una storia, una fiaba, una fantasia, una predica, uno studio su Dio o sulle lumache...). Questo è un atto di superbia, o di megalomania, se volete, ma è l’unica arma che hanno i singoli, in Occidente, per parlare al di fuori di ALCUNI dispositivi di potere (e DENTRO altri: cioè l’editoria libraria, da qualche secolo in qua). Questo è un valore preziosissimo, e la letteratura ce l’ha consegnato: questo valore e questa PRATICA l’hanno inventata e preservata i nostri antenati. Vedo, da parte di Untitl.Ed (ma forse mi sbaglio), beninteso non nelle sue intenzioni umane (non credo sia una persona spiritualmente vorace), ma nell’effettivo significato ideologico della sua scelta, un desiderio di accaparrarsi un ruolo ancora più grande di Guardiano della Soglia di quello che si accaparra normalmente un editore, e in definitiva di spappolare questo valore fondamentale, che io riconosco nella letteratura: Untitl.Ed non “accoglie” proposte di singoli che presentano il loro manoscritto che hanno deciso loro di scrivere, ma “chiama” chi vuole che scriva per lei e chiede un libro su commissione, magari proponendo anche il tema del libro (questo non lo so, non è chiaro, ma dal suo progetto pare di sì), e inoltre impedisce all’autore di dichiarare con il suo nome e cognome il SUO (dell’autore) legame simbolico con le parole che ha scritto.
Mi si potrà giustamente ribattere che anche un editore decide chi vuole pubblicare, e che l’istituzione dell’editore è un dispositivo di potere, che non è mica tutto rose e fiori, con i singoli liberi e beati che scrivono a casa da soli quel che vogliono e poi gli editori pubblicano… Vero, verissimo. Sono pronto a discuterne. Ma io, guardando ai risultati, constato che nei secoli l’istituzione letteraria (autori ed editori insieme) ha permesso l’espressione di moltissimi singoli assolutamente disarmati (vi risparmio i nomi, da Catullo a Céline… gli altri mille metteteceli dentro voi), e che altrimenti avremmo ascoltato soltanto le parole dei “chiamati”, dei “prescelti” dai vari dispositivi di potere che ci sono stati di volta in volta nella Storia.

4. Non mi sfugge nemmeno che un editore è un’impresa libera, che può intraprendere qualunque cittadino oggi (pur dovendo disporre di un capitale leggermente più grande di quel che serve a un autore per scrivere il suo libro), e quindi non dobbiamo fare semplificazioni nemmeno quando parliamo di “editore”, non dobbiamo vederlo né come un mostro che vuole solo mangiare soldi o fare il selezionatore dittatoriale né come un’istituzione di beneficienza.
Il caso di Untitl.Ed dimostra una volta di più che se oggi qualcuno desidera diffondere alcune scritture in cui crede, addirittura ridiscutendo radicalmente le “regole del gioco” (nomi degli autori, solo autori “convocati” e solo libri commissionati ecc.), è libero di farlo, può fondare una casa editrice e pubblicare autori anonimi quanto gli pare e piace... (resta da vedere se altri dispositivi di potere, altri Guardiani della Soglia, pubblicitari e mercantili, gli consentiranno di far circolare i suoli libri: speriamo di sì). Ma nonostante le mie riserve, cerco di vederne l’aspetto positivo, e cioè se dall’impresa di Untitl.Ed usciranno buone opere.

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