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22/02/2005

Commenti

Effe

peccato solo che non l'abbiano pronuciato, il giuramento, e sugellato, il patto, versando al posto del sangue un vino scuro.

(per quel che mi riguarda - e non so cosa voglia dire ma penso che voglia dire qualcosa - se potessi sentire l'odore di quello scialle, probabilmente avvertirei la presenza del capriolo.
Ora sto avvicinando il naso al computer)

Resto dell'idea che ogni editore dovrebbe avere come statuto, come momento fondante, un racconto della fondazione - altrimenti nulla: come potrebbe infatti permettere ad altri di narrare, se non permette di narrare a sé stesso?

untitled io

E' una cosa che mi sto chiedendo da un po', in effetti. Meno male che lo fa lui, voglio dire.

demetrio

domanda, apparentemente stupida, mi ha colpito rispetto al tuo solito, un uso molto pronunciato, voluto e quasi cercato delle parentesi tonde.

perché?

è un a-parte?
un modo per segnalare il manzoniano cantuccio dello scrittore?

questo dal punto di vista stilistico mi sembra la cosa più interessante: questa volontà di aprire e chiudere discorsi interni, percorsi interni alla stessa narrazione; quasi che con questi tu volessi sfuggire al rischio di 'teatralizzare' la serata e il racconto.

ciao
d.

caracaterina

Il profumo non è, in sè, aderenza di differenze? (Fra parentesi: ma cos'hanno scelto di mangiare, a quell'ora??!!) (Altra parentesi: quel gioco lo facevo con l'elastico. Le figure si muovevano, era bello e pericoloso. Non so come si chiama, con l'elastico. Non sapevo che si facesse con lo spago e che avesse a che fare con una culla)(Parentesi terza: a mettere insieme tutti i post compreso il primo primo, sembra di vedere uno che va dalla periferia al centro)

Effe

Se va dalla periferia al centro lo fa con moto non lineare, e per non smarrire la strada lascia delle tracce, dei segni, dei significati: Lara-Lena-Livia è un codice, sono nomi diversi e uguali che si "tengono", indicano la via, suggeriscono un ritorno

palmasco

Inizialmente volevo arricchire il racconto di tensione.
Avevo in mente una composizione molto descrittiva, e avevo paura che potesse risultare stagnante, noiosa e troppo ricercata, mentre pensavo che una certa tensione avrebbe aiutato a percepire i fatti come in costante svolgimento, non essendocene, in fondo, così tanti.
Del resto il mio interesse principale era proprio di ricostruire per particolari, era di lavorare una materia ricca di dettagli, di tesserla senza rinunciare al suo peso specifico, non avrebbe avuto quindi senso rinunciare alla composizione descrittiva, purché la sapessi anche animare.

Non disponevo né di fatti drammatici in sé, né della voglia di crearne a puro scopo narrativo, morti, incidenti, coincidenze, messe in scena, equivoci, o le scorribande della vanity fair, e soltanto nel finale ho trovato uno di quei meccanismi narrativi classici, che appuntano il lettore a un urgenza (il treno che parte), in modo che tutto quello che avviene dopo quella riga, viene letto con la tensione di chi si preoccupa che il treno parta, generando suspence mentre scorrono pagine e pagine e di dialoghi e descrizioni normali.

Così ho pensato che a un lettore come sono io, le parentesi generano quel senso di tensione: il narratore mi racconta tra le parentesi un "a parte" che devo seguire con attenzione, ma sempre pronto a tornare sulla storia principale - infatti le lunghe parentesi mi mettono a disagio, come il vicino di posto che mi parla sottovoce quando sto seguendo una presentazione, che non si limita a due parole due, ma essenziali.
Un disagio che in termini concreti è tensione, secondo me.
Ho pensato che se facevo la stessa cosa di quei vicini, cioè delle parentesi lunghissime, dentro le quali mettere del materiale importante, il mio racconto sarebbe stato pieno di tensione, una forma di suspence, almeno per un lettore come me, e avrei potuto ottenere quello che cercavo, vista la mia materia e il punto narrativo scelto.

Mi sono anche accorto, dopo, che così si provoca un effetto linguistico che in questo caso a me interessa: di solito si mettono tra parentesi delle code di discorso, delle aggiunte che tecnicamente sembrano importanti al narratore, ma non sono necessariamente parti integranti dei fatti narrati - come quando si dice, appunto: tra parentesi ricordo che, ecc.

L'effetto linguistico interessante in questo caso, secondo me, è che in questo racconto non si sa bene, e non si sa più, almeno non lo so io, fare una scala di valori tra il materiale tra parentesi e quello organico: ciascuno deve fare una scelta secondo me, e, quello che più conta, ha dovuto farla istintivamente mentre leggeva, senza rifletterci.
Costretto dalla tensione di quelle interminabili parentesi, ha dovuto scegliere se seguire il materiale con l'attenzione riservata al racconto principale, o mollarlo e considerarlo un capriccio del narratore, oppure, al contrario, se bruciare velocemente i fatti del racconto organico, in attesa di tornare dentro le parentesi, e ritrovare materiale molto evocativo anche se poco fattuale. Scelte di lettura, non meditate, ma anche scelte di valori, credo.

:-)

Dall'interesse manifestato praticamente in tutti commenti per le parentesi, direi che il meccanismo ha raggiunto uno dei suoi scopi, ma soprattutto ha generato delle domande capaci di avviare una discussione abbastanza interessante, almeno per me.

Grazie quindi a tutti di essere intervenuti.


untitled io

Apriamoci una bella parentesi e ficchiamoci tutti dentro. Detto fra parentesi (la prima era graffa la seconda è quadrata, e questa è tonda), faceva notare mi pare Munari, che in un giorno a Milano si aprono e si chiudono milioni di parentesi.

Effe

io credo (ma è un parere parentetico) che le parentesi si adattino molto bene al discorso narrativo intorno a Palmasco, perché rappresentano un altrove, un bilanciamento o forse un continuo squilibrio, ma insomma una seconda voce, che però non è diversa dalla prima.
Il che corrisponde al fatto che qui si narrano storie che narrano storie che narrano storie.
Compresenza della voce, la chiamerei.

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