voglio vederti
di notte un passaggio alla tastiera
in questa stanza
come dentro un'eco di Battiato
finché si danza.
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di notte un passaggio alla tastiera
in questa stanza
come dentro un'eco di Battiato
finché si danza.
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ne tradisce la metrica, deviandola, ma icastico quanto un haiku (non se l'abbia per male)
Scritto da: Effe | 23/11/2004 at 16:42
io noto.
schema della poesia
A
B
C
B
ma si dovrebbe sottolinerare come A e C se non rimano per "suono", rimano per "senso": la tastiera e battiato, che rimanda al battare, al pigiare appunto sui dei tasti.
si potrebbe quindi leggere lo schema così. La rima "B-B" rappresenta un dato spazio "la stanza" in un gesto "la danza"
La rima "A-C" (rima di senso e non di suono) riproduce la stessa situazione: in un dato spazio "la tastiera" un gesto "il battiato=battere".
due gesti in due spazi.
come se la scrittura fosse una danza.
ciao
d.
Scritto da: demetrio | 23/11/2004 at 17:10
Non so... se intendi che tradisce la metrica di Battiato, rispondo che non c'era intenzione.
Se dici che tradisce la metrica, perché nel terzo verso la fa zoppicare, hai ragione, ed io che già sospettavo cambio.
Ok?
Demetrio non posso contestare il lettore e non lo faccio.
Ma da lettore a lettore posso dirti che sento che l'oggetto qui non è la scrittura, quanto piuttosto un umore e un'atmosfera in una particolare stanza (la scrittura vi compare di riflesso, per la presenza di una tastiera), mentre ricordo e ti faccio notare che la scrittura come oggetto è spessissimo nella tua mente, quindi nelle tue interpretazioni.
Lo dico perché non ho mai pensato alla scrittura come una danza.
Cambio il terzo verso, da:
- come all'interno di un'eco di Battiato. A:
- come dentro un'eco di Battiato
Scritto da: palmasco | 23/11/2004 at 18:41
come dentro a un'eco di Battiato.
dentro a.
a.
ma insomma fa' come vuoi :)
Scritto da: untitled io | 23/11/2004 at 19:54
Mi hai fatto venire un dubbio, ho controllato:
(dizionario della lingua italiana Devoto Oli, pag.600:
dentro: 2. prep. introduce complementi di stato in luogo (d. il bar c'era ogni sorta di gente) o di moto a luogo (finalmente penetrarono d. la fortezza). Talvolta abbiamo le locuzioni prepositive dentro a (es. dentro alla stalla) e dentro di (obbligatoria quando il complemento è rappresentato da un pronome personale tonico: dio non è fuori ma d. di voi)
Ecco, la regola dice che TALVOLTA si può usare la locuzione, ma non necessariamente.
No... tanto per dire :-)
ciao
Scritto da: palmasco | 23/11/2004 at 20:23
fin dai miei primi commenti ai post che sarebbero diventati "farina", c'è tra noi una sorta di positiva e amicale frizione nell'interpretare i tuoi scritti.
io ci vedo molto un discorso meta-linguistico o meta-letterario e tu mi sottolinei che i tuoi scritti sono legati ad un desiderio (farina) oppure ad un umore ad un'atmosfera (vedi entrambe le poesie - "il qual'è" del titolo è voluto o è una svista?)
mi sembra strano ancorché divertente il fatto che nella mia testa qualsiasi racconto abbia prima di tutto, prima ancora che il suo contenuto venga da me digerito, a che fare con la scrittura in sé. Questo è ancora più strano perché il mio blog è assolutamente distante da questo approccio. E' difficile che da me si parli di letteratura o che si discuta in termini teorici, come invece avviene qui o da untitled o da effe.
Anzi. Il mio è più un blog di narrazioni dove spesso la coponente sesso/sensualità/desiderio è resa esplicita.
allora mi chiedo perché ho questo atteggiamento, usando una parola assolutamente grossa, "critico".
penso che ci siano due ragioni (una tecnica e una psicologica).
- in primo luogo per me la scrittura è un ordine di parole e cose: il suono, il ritmo, la struttura stessa della frase evoca la cosa. Ogni fatto è per me prima di tutto significante, è suono, assonanza con quella che segue. Non mi interessa riprodurre un'atmosfera, o un gesto, ma il suono che quell'atmosfera e quel gesto producono in me.
- in secondo luogo c'è una componente di invidia, positiva e sana, per la leggerezza con cui scrivi certe cose (con cui tu, untitled, effe tanto per fare nomi scrivete certe cose). Una leggerezza che a me manca; e il mio scandagliare le strutture più profonde della lingua e del testo è un modo per mettere tra parentesi questa volatilità della scrittura, che sento in me come mancante.
scusa la lunghezza, ma mi sembrava doveroso dirti queste cose.
con amicizia
d.
Scritto da: demetrio | 24/11/2004 at 09:54
E' una svista che ho corretto volentieri (al contrario di "daccordo" che ormai scrivo intenzionalmente così come si pronuncia, cioè unito, nonostante word si sia perfino stancato di tirarmi le orecchie e sottolineare in rosso, ma mi sono irridigito e non rinuncio più).
Si certo frizioni, ma credo anch'io come quel pedale in macchina, che nonostante il nome serve in realtà a farla andare.
Grazie per l'amicizia, io... lo so.
Scritto da: palmasco | 24/11/2004 at 10:31
per pignoleria: non mi sarei permesso di rilevare una zoppia in assoluto, dacché la danza è fatta anche di passi differenti d'ampiezza e ritmo, e così il verso e la poesia.
Intendevo dire, più relativamente, che anche se per metrica l'accostamento era improprio, quelle righe, quell'ampiezza, quel ritmo mi ricordavano il momento (momento come forza, come movimento, se ricordo i rudimenti della fisica) emozionale e non razionale di molti haiku
Scritto da: Effe | 24/11/2004 at 11:57