Per un attimo ho incrociato gli occhi del lattaio mentre usciva dalla panetteria.
Era lì, avrei potuto semplicemente fermarlo...
- Per far sapere loro i suoi veri pensieri?
...chiedergli un'informazione qualsiasi, offrirmi un pretesto per sentirlo parlare, vederlo reagire...
- I suoi pensieri veri?
...creare con un minimo d'artificio un'azione realmente accaduta che lo renda più interessante, un dialogo, magari un piccolo incidente provocato dallo scontro tra intenzioni opposte, di parlare con lui, di sottrarsi a me; una pietra lucente e impenetrabile incastonata nel tessuto della mia storia, l'avventura della scrittura offerta al lettore come brivido vero, brivido profondo.
- Ah, beh. Identità e realtà che lievitano da una scheggia di reale. SSSì.
Bé...
Invece mentre mi passava davanti, diretto al furgone parcheggiato in mezzo alla strada, mi sono limitato a girare su me stesso, seguendolo con lo sguardo appena m'ha passato, ma la possibilità di parlargli è stata intensa lo stesso.
La saracinesca sulla fiancata del mezzo era rimasta aperta; dentro c'erano cartoni di latte circondati da fumo risucchiato verso l'esterno dalla differenza di temperatura, che tra le cassette impilate strisciava in correnti incerte, quelle pigre che stagnano, quelle decisamente prudenti che rientrano puntando in alto, quelle d'avanguardia che si diramano verso la soglia, a sparire nell'inconsistenza, per mancanza numerica di atomi d'umidità condensata.
Protetto dalla consapevolezza d'essere immobile sulla stessa mattonella ormai da diverse decine di secondi, e anche dalla consapevolezza che qualsiasi pensiero d'azione mi fosse venuto, lì sarei comunque rimasto, ho resistito facilmente alla voglia che m'è presa di buttarmi clandestinamente dentro il vano frigorifero del furgone aperto, per seguirlo nel suo giro e assorbire una delle realtà del lattaio come se io fossi uno strumento di pura registrazione - dimostrando con questa intensa fantasia, secondo me, una confidenza interiore nell'idea che un mio bloggare/verità possa piacere ai lettori e forse perfino agli altri blogger; quindi aggiungere alla mia narrazione, che a sua volta fa della vita quotidiana un'avventura, forse non solo mia.
Per quanto il lattaio non abbia dato segno di avermi percepito, so di essere stato nel suo campo visivo: forse non sono stato registrato, ma visto, certamente sì.
Se avesse potuto leggere nell'intensità del mio sguardo recettivo, nella lunghezza dello stallo sulla mattonella di fronte alla panetteria, credo avrebbe sdegnato la fantasia tipica della classe media, di testimoniare la propria vita facendosi strumento neutro d'osservazione, in questo prendendo a modello le macchine di ripresa della realtà, che il commercio le ha reso accessibili abbastanza facilmente, perché si esalti nella registrazione, sia visiva che sonora che scritta, e si appoggi quindi sull'aderenza ai fatti per poi giocare al montaggio, creativo o semplicemente di buon artigianato.
(a volte peraltro riuscendoci davvero).
Nel cassone sarei stato sballottato e probabilmente mi sarei anche raffreddato, ma che narrazione avrei potuto tirare fuori! che bloggare! che irresistibile ritratto avrei offerto al lettore della faccia del lattaio mentre apre la saracinesca e, stupito, mi trova lì dentro, molto concentrato a registrare le sue reazioni e l'esatte parole pronunciate.
Ho lasciato invece che chiudesse il furgone restando immobile al mio posto, quindi ho avuto tutto il tempo di notare le scarpe che indossava: visto che una era slacciata, ha aperto lo sportello della cabina di guida, poggiato le carte di consegna della merce sul sedile del passeggero, cosparso di ciarpame in un disordine che facevo fatica ad attribuire a lui, tanto che mi sono chiesto se non avesse appena rilevato il furgone da un collega con cui magari dividono il turno, ha poggiato la scarpa sulla ruota e s'è messo ad allacciarla, coi jeans che tiravano sulla coscia potente.
Ho pensato con sorpresa che fossero scarpe bruttissime, soprattutto che non c'entrassero niente con lui, che le rendeva ancora più brutte ai miei occhi, come se di lui io sapessi di già.
Non è che sappia, ma in effetti, per essere sincero, qualche idea ce l'ho: quando sono andato a fotografare la Centrale del Latte in via Castelbarco infatti, sono entrato in portineria per chiedere informazioni sulle visite all'azienda, e ho avuto un'istantanea molto precisa della situazione d'impiego lì, forse è meglio dire una visione che io ritengo precisa, e basata su fatti concreti.
Vedremo.
Intanto diciamo che come strumento d'osservazione neutro, per essere penetrato nel back-ground del lattaio, non sono più vergine.
Le mie indagini sul suo contesto lavorativo hanno fornito materiale poco neutro.
Ne racconterei subito, se non fosse che mentre stavo lì, con lo sguardo fisso sulla sua schiena, a collegare le impressioni sui suoi occhi all'uscita della panetteria, con le informazioni ambientali raccolte nella portineria dello stabilimento della Centrale, mi sono reso conto di guardarlo senza indifferenza, quasi con amicizia, visto che in fondo, se scrivo su di lei, ho pensato, sulla panettiera, è proprio grazie a lui.
Ecco... ad allontanarmi da quella parte della storia, è intervenuta proprio in quel momento la consapevolezza istantanea della lieve sgrammaticatura, peraltro ben accettata nel linguaggio parlato, scrivo su di lei, sulla panettiera, che mi ha trascinato subito in una visione potente, scaturita dall'improvviso ascolto letterale delle parole con cui ho pensato la frase scrivo su di lei, sulla panettiera, come se le ascoltassi senza esserne anche la fonte, quindi senza conoscerne l'intenzione originaria.
Fraintendendole quindi, in un certo senso, ma proprio per averle prese alla lettera.
Perché dovrei raccontare adesso l'ingresso nel mondo maschio un po' fetente della portineria dello stabilimento industriale, se invece in quel momento assorbivo un pennarello nero che scrive sul corpo della panettiera, guidato dalla mia mano, mentre fuori le quattro frecce arancioni lampeggiano?
Nell'ordine della mia esperienza a quel punto è cambiato tutto, la realtà è stata occupata dalla fantasia, (occupata... come se la fantasia non ne facesse parte... ma insomma) non avrebbe senso che la distorcessi adesso, cambiando l'ordine nel mio racconto.
Ho fatto appena in tempo a scuotermi, che il lattaio s'è girato con la scarpa ormai allacciata, per andare alla guida dopo aver richiuso lo sportello del passeggero.
Ho cercato di ridare dinamicità al mio corpo, come se fosse già in movimento, con un gesto che ho sentito subito innaturale.
Mi sono girato a controllarlo nella vetrina del negozio, Stefania, la panettiera era lì, subito dietro il mio riflesso, che mi guardava.
Insomma. Come di dice. Le hai messo le mani addosso.
(E' vero che ho appena staccato le labbra dalle labbra di un ragazzino disanimato, dalla bocca del piccolo Max Tivoli nella quale soffiavo, per rianimarlo. Qui siamo tutti dannatamente "implicati")
Scritto da: untitled io | 30/11/2004 a 06:51
(come "si" dice. Come sono brutti i refusi certe volte)
Scritto da: untitled io | 30/11/2004 a 06:52
quasi la mia stessa impressione (sarà una comune, pesante eredità biologica?): un lieve pennello che traccia calligrammi con inchiostro di china sul corpo della ragazza.
Suppongo mi sia rimasta in mente l'immagine di una locandina di film, o una pubblicità, o altro.
Intanto, qui sono scritte due storie parallele:
una di massima azione, ma immateriale e mai vissuta (Palmasco che si rifugia, clandestino, a bordo del veliero, cioè no, del furgone) con tutto quel che ne sarebbe conseguito;
e una di massima inazione, ma di carne e sangue e realmente (realmente?) vissuta, quella del Palmasco immobile e fermo e intorno il mondo che, solo, si muove.
Darei qualunque cosa per leggere questa storia vista dall'ulteriore prospettiva della ragazza (del lattaio no, è uno strumento, non un soggetto. Credo)
Scritto da: Effe | 30/11/2004 a 11:37
scrivere sul corpo, scrivere del corpo.
Palm sarà, ma io continuo a vederci un discorso di scrittrura: è come se tu scrivessi quello che è il desiderio di scrittura; quel lato sensuale, profondo intimo sfacciato erotico eppure pudico che è il segreto nascosto dello scrivere.
in un commento a caracaterina, untitled parlava dello snudarsi. A me questa cosa ha riportato alla mente un passo del diavolo sulle colline di Pavese in cui si diceva, più o meno, che solo "un dio lo può". Cioé solo un dio può stare nudo, completamente.
io notavo in questa nudità una metafora stringente della nostra scrittura, una nudità come offerta e come apertura.
E l'apertura è sempre una lieve incrinatura, che in questo caso è doppia. Grammaticale e corporale.
E' vero certamente che questa è narrazione di un desiderio; ma è vero che questo desiderio assume sempre più le forme di un discorso sulla scrittura; quasi che il "possesso" del corpo corrispondesse ad una sorta di nuova grammatica.
dixi
d.
Scritto da: demetrio | 30/11/2004 a 12:40
Le ho messo le mani addosso, untitled?
A me pare piuttosto che gliele avete messe addosso voi! :=))
Effe ha perfino immaginato come, usando un pennellino da calligrafia: tipico suo direi, no?
Assicurarsi che il supporto non faccia una grinza, voglio dire.
Comunque stavolta mi hai convinto, bello che tu mi faccia vedere i due movimenti dell'episodio.
Non so se ce la farò ad arrivare addirittura al punto di vista della ragazza, ma certamente è previsto che ci si avvicini parecchio a lei.
Se è un discorso sulla scrittura, demetrio, lo è nel senso che cerco di mettermi in condizioni di raccontare la verità, aderendo totalmente agli incidenti che mi capitano, ma senza provocarli, quindi il mio racconto, che secondo me è sempre sospeso in un intervallo di veridicità/credibilità prossimo a crollare, se riesce ad arrivare a compimento è per definizione un'affermazione sul narrare.
Per il resto al posto tuo mi soffermerei su tutti quei snudarsi e nuda che hai scritto qui oggi, io, al posto mio, mi ci soffermo per leggerti e comprenderti.
ciao
Scritto da: palmasco | 30/11/2004 a 23:49