la caccia
Le quattro frecce arancioni scaldano a intermittenza i lastroni antichi della carreggiata di Porta Romana dal chiarore livido delle prime luci invernali, fino ai miei piedi.
Il grande m'ha svegliato troppo presto, ma stamattina invece di esasperarmi nelle lenzuola tra posizioni inutili e buie, mi sono alzato e sono andato a leggere in poltrona, senza disturbare nessuno, avvolto in un plaid per il freddo.
Presto ho avuto voglia di fare colazione, eccomi per strada prima del solito.
Avverto subito l'allarme della pulsazione arancio nell'umidità rischiarata.
Mi avvio velocemente verso il biancore del furgone parcheggiato in doppia fila al centro della carreggiata, di fretta, finché riesco a vedere le scritte della Centrale del Latte di Milano.
Cerco informazioni sul conducente da qualche settimana, voglio incontrarlo per la mia storia; non solo pare che adesso lo rivedrò, ma con lui ci sarà ancora la ragazza della panetteria, se arrivo in tempo.
Ho paura di non farcela, mi affretto.
Qualche giorno fa ho passato un paio d'ore in via Castelbarco per la mia storia, di fronte al grande ingresso della Centrale.
Mi aspettavo il traffico dei camion con la cisterna lucente, che arrivano fin qui dalla campagna, il movimento incessante dei furgoni che distribuiscono latte ai punti vendita in città, che consegnano e tornano a caricare, attraversando l'enorme cancello che già conosco, perché ci passo davanti quando esco in bicicletta per allenarmi.
Mi aspettavo di trovare facce d'autisti, intendo dire come se fossero diverse dalle altre, occhi abituati al flusso urbano, che scandagliano la via per battere gli automobilisti sul tempo, che a loro volta lottano per non capitare dietro un camion, sguardi scoccati di traverso da sopra la spalla, mentre girano il volante con una certa energia e il muso del mezzo è già parzialmente allineato dall'altra parte.
Mi aspettavo di riconoscere tra tutti il mio conducente, come se un segno lo distinguesse dalle facce degli altri autisti, a loro volte distinte da quelle delle persone in città.
Un delirio.
Ma ho sentito raccontare, e poi sperimentato di persona, che quando si ha una storia da seguire, l'ottica è proprio questa, un'aspettativa magica di riconoscere i fatti pertinenti.
Non so.
Posso dire che per effetto della mia osservazione appassionata, la realtà davanti i miei occhi e quella delle mie aspettative convergono lentamente su un punto reale e formano quello che ho visto.
Il blocco della Centrale del Latte occupa un intero isolato, proprio di fronte agli edifici della celeberrima università Bocconi, vanto della città; come del resto era un vanto anche quest'azienda prima che fosse venduta, per aver saputo garantire a tutti la qualità igienica del latte, diffondendone l'uso tra i milanesi.
Ho trovato uno spazio completamente aperto, molto meno frenetico di quanto m'aspettassi, permeabile al mio sguardo.
Sono entrato nel cortile.![]()
Cercavo lui, ma c'erano pochissimi mezzi in giro, pochissimi autisti.
Sembrava davvero che per trovarlo non dovessi fare altro che entrare negli uffici e chiedere di lui.
(la storia sembra volere continuare davvero. Ho creato una categoria, farina per raccogliere gli episodi di questa serie e renderli facilmente disponibili a chi li volesse in sequenza.
Trovate la categoria in alto a sinistra, se v'interessa cliccateci sopra).
un lungo commento qui:
http://ioepalmasco.blog.tiscali.it/fn1698653/
Scritto da: untitled io | 17/11/2004 at 09:40
ma quindi: la storia "si" scrive da sé mentre tu ne scrivi?
Dico: inseguire la storia E' la storia?
E nelle due dimensioni, quella fisica e quella narrata (volutamente non ho usato i termini "reale" e "immaginata") la storia scorre alla stessa velocità?
O ci sono progressioni diverse?
La storia accade, continua ad accadere, e DOPO tu la racconti, oppure ne immagini la svolta, la scrivi e DOPO la cerchi per strada?
E le storie, allora, sono una sola, sono due (tre, con me che la/le leggo)?
Scritto da: Effe | 17/11/2004 at 12:38
Dice Effe:
"E nelle due dimensioni, quella fisica e quella narrata (volutamente non ho usato i termini "reale" e "immaginata")"
E se scopo di Palms fosse di dimostrare che il narrato è il reale e la dimensione fisica quella immaginata?
Ci pensi un po' su.
Scritto da: gino tasca | 17/11/2004 at 14:25
in più, e di seguito: Palmasco stesso - lui, le sue storie, lui che scrive storie - è una storia raccontata da un autore occulto?
Scritto da: Effe | 17/11/2004 at 14:29