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12/10/04

parole, le cose seguono

Dopo averne letto sul blog di Palmasco, torno dal panettiere qui sotto a comprare il pane.

Mentre mi avvicino il locale è avvolto nella tipica luce che scolpisce i luoghi di cui si è letto, quando finalmente il lettore li raggiunge.
Luce che stracarica gli oggetti di realtà; stranamente proprio l'aggiunta finisce in qualche modo per sottrarli alla realtà stessa, al punto che sarà necessario che il lettore li percorra e li visiti, magari con una guida, abbia perfino a disposizione dei souvenir, perché tornino ad essere luoghi reali.
Insomma non sono per niente sicuro che questo panettiere che frequento da anni, questa porta di vetro incorniciata d'alluminio anodizzato, sia proprio il luogo di cui ho finito per fantasticare leggendo, non può essere così, proprio no!
Sto visitando un luogo di culto, o andando a comprare il pane?

Sono incerto, insicuro, che mi rende inquieto, emotivo, la realtà ha delle macchie che nascondono proprio quello che conosco, mentre quello che so dallo scrittore, m'impedisce di aderire alla realtà, fa di me un passante speciale, uno di quelli che verranno qui nei prossimi anni se Palmasco diventerà famoso.
Come se la luce di cui mi sono accorto mettesse in relazione scrittori e lettori, accantonando il quotidiano.
Tra l'altro ho paura di incontrare gli occhi della ragazza, mi rende nervoso l'idea che potrebbe scoprire che ho letto di lei, che so , se così si può dire.

Entro e per fortuna c'è gente, posso indugiare a piacere sul locale e sulla giovane panettiera, confrontarli con l'impressione che mi sono fatto leggendo.
Il camice bianco del lattaio c'è davvero, è sempre lì nell'angolo, pronto ad essere usato all'occorrenza.
A differenza di Palmasco a me però non salta addosso, per indossarlo dovrei averne l'intenzione, al momento invece non ne ho alcuna voglia.

La ragazza dietro il bancone è simpatica, sciolta, ma non credo che sia quella che di solito serve Palmasco.
I capelli non sono del nero squillante che avevo immaginato, la pelle non è di seta, anche se si capisce che possa averne dato l'idea.
I gesti sono ordinari, sembra impossibile che qualcuno abbia davvero concentrato le sue attenzioni sul culo di questa ragazza, che l'abbia percosso col cartone, è impossibile pensare questa ragazza che imbusta panini e scontrini nei sacchettini di carta bianca come sorgente di sesso, perfino riconoscendo che in effetti a volte è possibile che per il suo lavoro si trovi piegata in due in mezzo al negozio, col sedere per aria.

La mia presenza qui è del tutto inutile, non c'è corrispondenza.
Provo ad indossare il camice del lattaio rimasto nell'angolo, per scuotermi di dosso il freddo di tanta quotidianità, ma non mi sembra che cambi molto.
Guardo la ragazza servire i clienti e mi accorgo che indossa una magliettina sottile, color grigio perla nello scollo della camicetta, un particolare che se non fossi un lettore di Palmasco mi sarebbe sfuggito, che, forse per suggestione, mi pare perfino un po' sexy, ma non c'è la pulsazione sessuale dello scrittore.

Ho delle serie difficoltà a orientarmi adesso qui, me ne rendo conto e mi rendo conto di quanto sia assurdo, visto che tutto sommato sono io che vengo in questo negozio da anni.
A pensarci mi viene da ridere.
Quanto mi succede è folle ma anche interessante, eccitante non sarebbe un aggettivo inappropriato.

Così quando la ragazza mi chiama per chiedermi cosa mi serve, mi apro verso di lei con un sorriso incredibilmente trasparente, anche se lei non può conoscerne la fonte, e gliene strappo uno altrettanto caloroso, per la prima volta.
Si può dire che grazie a Palmasco la vedo come neanche Palmasco l'ha mai vista: la consapevolezza di tanta intimità ha degli effetti immediati.
Mentre si gira per prendere il pane d'Altamura che le ho ordinato come al solito, noto per la prima volta che porta tre pesanti orecchini d'argento sulla parte superiore dell'orecchio sinistro.
A sua insaputa mi sento ad un passo dalla possibilità di saltare il bancone e morderglielo.

Dovrei raccontarle a qualcuno queste cose, penso con leggerezza mentre m'allontano col mio sacchettino bianco sotto il braccio, dopo averla educatamente salutata.

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Di seguito i weblog con link a parole, le cose seguono:

Commenti

secondo me stai spostando - seppur leggermente - il punto di vista dell'autore del blog.

Una specie di slittamento. C'è il palmasco protagonista del blog, il palmasco che scrive il blog, e infine il palmasco che sta dietro al palmasco scrittore del blog.

Credo, alla fine, che la tensione del leggere e dell’essere letti abbia molto in comune con una tensione di natura sessuale. E che per questo motivo, su questo campo e a volercisi misurare, possa succedere di giocare le partite migliori. Come accade in questi due post, che restano sospesi fra gli sguardi della ragazza, di noi che li leggiamo, di demetrio che sposta immediatamente la tensione che percepisce sul piano di un’analisi “narrativa” (proprio lui che, nel suo blog, è quello che forse parla più apertamente di sesso), e per finire degli sguardi tuoi stessi. Perché anche tu “ti leggi” (come hai giustamente sottolineato qui), eccitandoti forse molto di più e molto meglio che nella tua fredda latteria, resa ordinata e priva di elementi sessuali dal patto di castità che ogni giorno tocca fare col cosiddetto “quotidiano” (che infatti, dici, ti mette “il freddo addosso”). La tua eccitazione ha quindi ha a che fare più con la lettura (calda) che con la lattaia (fredda), e più con la lettura che con la scrittura (fredda anche questa, se è vero che sei rimasto forse un po’ deluso dal commento “critico” di demetrio, che ha spostato lo sguardo sul palmasco-scrittore). Allora: non sarà che scriviamo per regalare a noi stessi (ridotti quasi all’impotenza da un quotidiano che tende ferocemente a sopprimere ogni espressione di vera sessualità) degli oggetti di piacere finalmente adeguati al nostro tipo di desiderio? Per sottrarci tanto al “freddo” del quotidiano quanto al “freddo” della nostra stessa scrittura? Se fosse così, verrebbe spontaneo domandarsi: il desiderio scritto è un desiderio di tipo “speciale”? e se è speciale (cioè anomalo, anche se a me sembra in qualche modo più puro), è ammissibile un suo sconfinamento nella vita reale? o è condannato a restarsene acquattato all’interno della scrittura, e quindi fatalmente a raffreddarsi?
Credo che quest’ultimo post sia una divertita riflessione sulle possibilità di sconfinamento. Riflessione che potrebbe continuare indefinitamente, in un ulteriore gioco di specchi, perché non solo tu hai letto il post di Palmasco, ma per esempio l’ho letto anch’io, e non solo io ;) Peraltro sono sicura che se lo avesse letto anche la lattaia il gioco finirebbe - e questo desiderio scritto, da specchiante diventerebbe all’improvviso opaco.

Da un po' non venivo qui a leggere "con (un) impegno". Sono arrivata spinta dalla ferita, per me rossa, aperta e mostrata da palmasco nel suo ultimo commento a Feinberg. Cazzo! mi son detta. E sì, ho detto "cazzo!" come se l'interiezione fosse la solita, ripulita dalla comune rimozione che, non per questo, non ritorna (e noi facciamo sempre come se nulla fosse - e hanno coscienza quelli che le parolacce, no, non le dicono, le aborrono e mai una parolaccia, soprattutto quando scrivono, loro no, non rimuovono, almeno in questo, almeno questa parola vibra ancora troppo per venir scritta e, perciò, meglio non scrivere mai un bel niente, o qualcosa che lo copra, per esempio, addirittura si arriva a cazzocazzocazzocazzocazzo, me lo ricordo, unts, quel post, ma male, in verità, beh insomma... sto perdendo il filo). E invece il filo qui lo trovo: leggo dal basso in alto, seguo la procedura. E trovo un supposto "grado zero" della scrittura e quindi risalgo, ma la scrittura invece scende verso il basso, sotto la superficie "zero" e trova una cabina, c'è il colore rosso, come il fil rouge, e una clandestinità (che è tale solo quando i posti sono non-luoghi, solo quando sono aggregazioni di segregati, sennò al massimo sei straniero, non clandestino, al massimo sei un corpo estraneo, non un'ombra, e ritrovo palmasco-autore-personaggio che vuole essere corpo, perchè disturba e c'è, come c'è la sua ferita, cazzo!), e quindi salgo ancora e la scrittura scende, giù, dagli occhi al culo, e un testimone diventa complice (alla prima volta della parola "complicità" ho pensato a quella della ragazza e ancora non l'ho capito chi sia complice di chi, ma io sono una lettrice, femmina, non è la stessa cosa, no, c'è il sesso, l'elemento sessuale che ci r-aggiunge e invece d. è maschio, legge con gli occhi, ma usa solo un altro mezzo e non sposta il fuoco, perchè il "terzo" è un elemento sessuale, un po' testimone - di cosa, è stato detto troppo - un po' clandestino che vorrebbe essere un corpo). E la lettura sale mentre la scrittura scende sempre più sotto il grado "zero", è una discesa agli inferi, come quella di Dante, sì, è lui che mi è venuto in mente, lui scrittore, lui autore, lui personaggio, lui corpo vivo, anche quando è personaggio fra ombre, anche in panetteria (esiste quel posto?), dove bisognerebbe entrare con una "guida", scrive-legge palmasco, con uno che sa ("che so"). Chi "sa"? Chi legge? Chi scrive? Chi si legge scrivente? Allora: il filo rosso arriva a un luogo luminoso come quello della pittura iperrealista, a una realtà annullata, (che annulla il freddo della realtà) e poi arriva al bianco, al grigio-perla. E' la scrittura ("fredda" suggerisce untitled, già: è una scrittura sotto il grado zero)che può suscitare un desiderio "speciale"? Dove siamo, allora? Nel territorio in cui si afferma che la scrittura è una perversione? O sarà che da ieri penso intensamente alla mia, di clandestinità (la clandestinità di un evaso, alla mia necessità di diventare un corpo e, da molto prima di ieri, alla scrittura come corpo, corpo che si muove? La scrittura è la memoria del corpo? (demetrio, tu che dici?) Se la scrittura è il nostro corpo che si muove su un piano traslato (dei traslati), lo sconfinamento è possibile. Basta pagare il pedaggio.

Cara Untitled,
trovo questa tua riflessione molto acuta e penetrante.
Nello stesso tempo trovo che sia una coincidenza veramente impressionante che proprio prima di leggerla, avessi finito il post sulla giovane panettiera che vado a postare appena finito questo commento.

M'impressiona, per cercare di essere preciso, che nonostante quello che tu dici sia vero, forse esiste un crinale sul quale invece sembra che la storia possa continuare - almeno spero che esista davvero, nel senso che spero che il mio post sia capace di mostrarlo, di aprirlo al lettore in modo convincente.

Grazie a te e a Demetrio per la partecipazione, a questa storia tengo molto e i vostri commenti mi fanno compagnia, anche se come al solito ci tengo più a mostrare le loro aperture piuttosto che il sollievo che mi portano.
Questioni di scopi credo, più che di carattere, speriamo che mi possiate credere.

Cara Caracaterina,
mentre come al solito rileggo il commento da me pubblicato, per controllare che tutto sia a posto, mi accorgo del tuo che quando ho scritto il mio non c'era, per fortuna fanno fede gli orari registrati dal sistema.
Dici delle cose che mi fanno molto piacere e che secondo me sono anche importanti, mi dispiace di non averle incluse, lo farò.
Ciao

Caracaterina ha scritto un commento "agitato", e credo che questo succeda di rado. Sarei curiosa di sapere quanti e quali elementi hanno fatto scaturire in lei questa "agitazione" - ma mi guardo bene dal chiederglielo... Mi basta averla vista arrivare trafelata, perdendosi per strada qualche etto di paillettes (vedi l'ultimo post del suo blog, per le paillettes e per molto altro).

brava, Untitled, non chiedermelo grazie, perchè non saprei proprio cosa rispondere.magari, se ci pensassi, potrei "dover" parlare del desiderio, e, lo ammetto, un desiderio tutto "speciale", ma speciale per cosa? ecco, scoprirlo, forse, è il pedaggio che ci sarebe da pagare ma che adesso, proprio in questo istante medesimo, non mi posso permettere. se invece non ci penso troppo potrei dire che aveva a che fare con l'"urgenza" e col "tempo materiale", col rapporto fra queste due robe qua, perchè dovevo andare a lavorare, ero in ritardo e, perse le paillettes, dovevo stirare un difficile frac. e pure adesso, che mi sto togliendo il cravattino, ce l'ho ancora addosso. basta. voglio leggere l'ultimo post qui sopra.

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