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25/03/2004

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demetrio

in questi giorni ho lavorato ad un racconto. Una idea "nientediche" (sei paginette). Mi torvano alla mente prepotenti quattro episodi della mia primissima infanzia (sarà colpa dei mie trent'anni?). Erano quattro flash, che andavano "0" a "6" anni.
Il primo narra un antefatto (come sono stato concepito). Il secondo un'operazione alle tonsille. Il terzo una giornata all'asilo. Il quarto il primo giorno di scuola.

Quando nel commento al post di untitled parlavo dell'immediato come di un "luogo sfuggente" (un bell'ossimoro, direi) avevo in mente questo andirivieni che stavo facendo con questi episodi.
Ed in un certo senso l'ho ritrovato in questo tuo "pezzo".
L'immediato potrebbe essere uno sguardo, tipo quello che abbiamo da bambini (in questo senso l'episodio con tuo fratello è preciso e diritto allo scopo).

Credo che a questa dimensione della vista, però, debba aggiungersi quella dell'ascolto. Io credo che l'immediato sia la possibilità che diamo al lettore di ascoltare uno sguardo.

Rimane un'altra domanda da farsi. L'immediato è una categoria specifica della scrittura o lo è anche dell'oralità?
Mi sembra che tutti noi abbiamo optato per la scrittura, come si presuppone dal titolo "scrivere l'immediato". In questo modo, cancelliamo millenni di "scrittura orale". Cancelliamo Omero, Shakespeare, esempi sublimi di oralità che si fa in seguito scrittura?

dixi

(comunque mio malgrado, la scrissi io quella poesia)

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