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17/03/2004

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demetrio

appressamento/prossimità con la morte.
O meglio ancora appressamento/prossimità con l'oggetto del racconto.

Queste sono le cose che mi sono venute in mente leggendo il tuo intervento (apro una parentesi: queste tue riflessioni sullo scrivere l'immediato sono tra le cose più feconde e germoglianti che abbia letto negli ultimi tempi. chiudo la parentesi).

Ho un po' di riflessioni sparse da fare. Io ragiono per frammenti.

Tu parli di questa prossimità/appressamento ovvero di questo "ambiente sufficientemente ampio e veggente da riuscire a visualizzare tutti gli elementi della relazione tra me e i fatti, incluso il mio inesorabile soccombere al bigger than life".
E' una cosa che noto anche in me o meglio in me come personaggio che scrive. Più l'evento mi è insostenibile più focalizzo i dettagli.
Il mio tirocinio, apprendistato di scrittura, è stato in cronaca nera. La morte diventava qualcosa che doveva essere scritta, detta. Raccontata. Al lettore.
Dire l'enormità di un uomo che muore è il limite (Tolstoj ci prova ad eluderlo ne La morte di Ivan Ilic); quello che noi possiamo dire è sottrazione. Dire quelle cose che non sono morte. Ecco. L'ambiente. Il luogo del delitto. Le voci delle persone accorse. I testimoni. I familiari. Tutto fuorché quel corpo che giace cadavere.
Eppure proprio questo ti permette di essere prossimo con l'oggetto del tuo narrare.

E' quella che Keats chiamava "negative capability" ovvero individuare la reticenza nel dirsi delle cose e portarla in primo piano.
Questo inverno mi è capitato di andare a Ebensee. Uno dei tanti sotto campi di Mauthausen. Ho avuto un'esperienza terribile e fondante. Ho camminato per un paesino con le casette dai tetti spioventi, il giardino verde, i muri bianchi. Dentro c'erano persone felici. Famiglie con bambini paffuti e bimbe con i capelli biondi e lunghi. La guida ci disse: qui - e dicendolo indicò l'intero complesso di case - c'era il lager che venne abbattuto subito dopo la guerra.
La cosa mi colpì. Gli uomini e le donne che erano là dentro, nonni felci e nonne orgogliose, erano stati ragazzi. E sapevano cosa c'era per queste vie.
Non ho mai sentito così prossima, così vicina nella mia mente la comprensione di cosa è un lager come quella volta ad ebensee.

Mi rendo conto di essere stato dannatamente lungo.

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