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10/03/2004

Commenti

untitled io

In Pordenonelegge, il 9 marzo, Pierluigi Cappello scrive "Un dono luminoso". Secondo me scrive l'immediato, e la soglia che lo fa accedere all'immediato è l'osservazione di una moneta da un euro. Pretesto neanche troppo gratuito e casuale per lui, visto che si dice, da subito, appassionato di numismatica - dunque anche l'oggetto che funge da interruttore, per così dire, è "suo", cioè ben inchiavardato nell'ordine dei suoi pensieri e delle sue attenzioni quotidiane e peculiari.
Faccio un piccolo spostamento. Demetrio racconta il suo modo di raccogliere memorie altrui come una forma dello "scrivere l'immediato". Le modalità a cui si affida, per la verità, sono quelle raccomandate da qualsiasi antropologo per effettuare una buona intervista di rilevamento, e cioè (come fa notare Palmasco) quelle che dovrebbero allontanare quanto più possibile dall'immediato. Ma Demetrio, noi lo sappiamo, non è un antropologo, è uno scrittore. E non solo: è uno scrittore che vuole "scrivere l'immediato". Tant'è che nel suo commento (che ha per oggetto un rilevamento di tipo antropologico) non parla neanche una volta del motivo per cui gli è stato chiesto di fare quelle interviste - motivo che invece, se fosse un antropologo, sarebbe il tema centrale di ogni suo discorso.
Ecco: secondo me, di volta in volta, l'intervistato è per Demetrio quello che la moneta da un euro è per Cappello. Un oggetto familiare, che sa benissimo come osservare e manovrare. Un oggetto che in qualche modo si inscrive nel panorama delle sue passioni, e come tale è conosciuto, manipolabile, amato. E perché? perché lui è un collezionista di dialoghi - li raccoglie, li ama, li spolvera, li cataloga, li "osserva" da tutti i lati (se mai si possa osservare un dialogo). Demetrio è un collezionista delle parole parlate dagli altri, e i suoi dialoghi non sono fiction, sono oggetti da collezione. Quindi per lui l'intervista è una forma di dialogo, e non un'unità di rilevamento. Quindi un interruttore, un dispositivo di accesso all'immediato.
Un po' come per me stessa, penso, il dettaglio costruttivo o decorativo. Un po' come per Palmasco le ruote della sua bici.
Può essere?

demetrio

La scrittura dialogata. Il parlato. La voce. Il tono. Le inflessioni. Queste diverse facce mi interessanto. Li colleziono (ha ragione untitled, un po' come quei collezionisti pazzi di cui parla Benjamin nell'Opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità). Vorrei scrivere pagine dove i dialoghi siano "altro". E' quello che sto cercando di fare nel blog. E anche nel mio lavoro.

Ma soprattutto amo un aggettivo che ha usato "untitled": familiare. Ecco. Non so perché, ma in questi giorni sto cercando di dare un luogo alle cose che scrivo. Situarle. E familiare mi apre una serie di riflessioni, che non so ancora come disbrogliare, ma che sono confuse ancora.
Se scrivere l'immediato fosse "abitare un luogo familare"?
Non so.

(aggiungo una considerazione a proposito delle interviste. Raccontare di sé, soprattutto se quel "sè" è stato deportato, è qualcosa di sottilmente impossibile.
Questi tentativi di intervista, con quello schema che più o meno seguo regolarmente, danno la possibilità di dire cose, che altrimenti non uscirebbero fuori.
Qui forse si apre un altro tema. Loro vogliono scrivere, o farsi scrivere, perché sentono un dovere di raccontare quelle cose, ma non riescono.
La scrittura dei deportati - intendo come scrittura anche l'oralità - è una scrittura reticente, che non dice. Tace. Omette.
Perché ha a che fare con l'oltraggio e la memoria.)

malavoglia77

per riprendere il proust di palmasco vero è che il fine della "recherche" è la dimostrazione di quanto l'unico modo di "conoscere" la vita sia la creazione artistica. e vengo al problema. siamo sicuri che l'immediato sia un mezzo efficace? dividiamo un attimo colui che scrive dall'opera. il suo compito è certo quello di creare blocchi di percetti e affetti, ma la sola legge della creazione, che sia pure un'opera biografica, non è forse che il composto debba stare in piedi da solo? per questo forse è necessaria una buona dose di imperfezione, di anomalia, di inverosimiglianza. questi "errori" sono conformi alla necessità dell'arte. c'è una possibilità pittorica che non ha niente a che vedere con la possibilità fisica e che dà alle posture più acrobatiche la forza dell'equilibrio. dall'altra parte, tante opere che aspirano all'immediata realtà non stanno in piedi un solo istante. stare in piedi da sé non vuol dire avere un alto e un basso. un monumento può anche essere di pochi tratti, di poche righe, come una poesia di emily dickinson. ecco allora che la soatanza dell'immediato potrebbe, e paradossalmente, trovare solidità proprio in quegli ostacoli che la negano. forse poco ci possono interessare le modalità per cui, dall''immediato, si impone una inevitabile distanza o quei gradi di separazione di cui demetrio sopra. ciao.

rose

parlando di memorie mi viene in mente il lavoro da studioso di portelli sulle fosse ardeatine (l’ordine è già stato eseguito) che ritrova tutta l’immediatezza dell’oralità a teatro nello spettacolo di celestini (radio clandestina). bella sinergia.
anch’io comunque lo vedo come un problema espressivo abbastanza cruciale, quello di catturare l’unicità di un «momento nella mente di qualcuno», la peculiarità di un punto di vista, contrapposta alla tentazione di standardizzare (la facilità di banalizzare, la possibilità di fraintendere) insita nella pigrizia del linguaggio (sia di che pensa e ricorda, sia di chi scrive). come idea guida, soggetta a compromessi vari in ogni «scrittura della realtà».

malavoglia77

sì ma "catturare l'unicità di un momento nella mente di qualcuno" non significa essergli fedele. la scrittura è un tradimento.

palmasco

Dei dodici anni che ho vissuto a Roma, diversi li ho passati in una casetta con l'edera sui muri esterni in borgo Pio, una piccolissima strada del vecchio borgo che fiancheggia il Vaticano.
Voglio dire che avevo la cappella Sistina alle spalle, a dieci minuti a piedi da casa mia, inclusa la sosta per il cappuccio.
Non ci sono mai andato.
Racconto l'episodio per illustrare un certo senso d'allarme che m'è preso leggendovi qui nei commenti, quando avete fatto slittare "prossimo" verso "familiare".

Sono invece divisi, secondo me, da una nozione molto importante, che qui non posso illustrare ma che si coglie d'intuito: la cappella Sistina m'era prossima, ma per niente familiare.

Uno dei più bei racconti che abbia letto nel genere "creative non fiction" è di un certo Gay Talese, in america uno scrittore discretamente famoso, che una volta ha voluto scrivere di Frank Sinatra e quindi ha cercato dei contatti con lui.
Fissano la data, ma ogni volta che dovevano incontrarsi gli dicevano che l'intervista era rinviata perché Sinatra aveva il raffreddore e non poteva parlare - la voce per Frank... sa...
I due non si parleranno mai, e Talese, che nel frattempo ha vissuto con l'entourage del cantante, scrive ugualmente un pezzo memorabile, dal titolo "Frank Sinatra has a cold", che racconta l'attesa nel clan e la visuale che da quella prospettiva si ha sul capo man mano che arrivano gli ordini e le consegne.
Un ritratto folgorante e preciso, molto immediato e rivelatore di Sinatra, ottenuto grazie alla prossimità col soggetto, ma senza alcuna familiarità.

Infine una delle teorie più accreditate sul perché gli incubi ci spaventino tanto, dice che ci troviamo di colpo a realizzare la prossimità di qualche contenuto, che ignoravamo fosse così vicino, e non c'è niente che possa veramente spaventare quanto ciò che è noto ma trascurato.
Prossimo e non familiare.

Delle altre questioni vi ringrazio perché arricchiscono parecchio questa pagina, lo dico in qualità di lettore mentre lentamente le metabolizzo.

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