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05/03/2004

Commenti

demetrio

Io per motivi di lavoro faccio anche quel mestiere. Mi metto con un registratore e un quaderno. E ascolto.
Ascolto storie di partigiani.
Storie di guerra. Di deportazioni.

Io ho una tecnica. Mica niente scientifica, ma funziona.
Io lascio parlare.
Sempre.
Le prime tre sedute. Lascio sfogare. Lascio che i ricordi si indirizzino come meglio credono.

Io arrivo solo dopo.
Facciamo due o tre sedute, in cui io riprendo le cose che abbiamo detto. Gliele rileggo. Loro aggiustano. Corregono. Mi corregono. Si corregono.
Il tutto mentre il registratore gira e i fogli si assottigliano.

Dopo questo mio intervento: il testimone racconta, ma il brio è diverso. Il racconto si organizza quasi da solo.

Mi stupisco come la narrazione di alcune esperienze diventi "genere" letterario suo malgrado.

Quale è il mio ruolo il tutto questo?
Dal punto di vista strettamente tecnico: ri-scrivere tutto. Dare ordine. Fare le note. Riempire le lacune.
Dal punto di vista "della scrittura": dare la possibilità dell'ascolto.

Forse l'immediato come scrittura è dare la possibilità dell'ascolto.

palmasco

Non è che non ti rispondo, Demetrio, ma la tua domanda richiede qualcosa di più di un commento, e ci sto lavorando.
Dammi tempo ciao

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